- Da Nessuno Tocchi Caino newsletter <noreply@nessunotocchicaino.it> del 11/04/2026.
LIBERATE DOMENICO PAPALIA, GRAVEMENTE MALATO SEPOLTO IN CARCERE DA MEZZO
SECOLO
Sergio D’Elia su l’Unità del 7 aprile 2026
“L’ergastolo non esiste in Italia, sconti massimo trent’anni e poi esci”, è il
luogo comune che circola non solo tra gli avventori dei bar di periferia e dei
salotti televisivi, circola anche tra i giuristi nelle aule universitarie della
“culla del diritto”. Non perché l’ergastolo comminato “in astratto” sia
concettualmente più tollerabile di quello applicato “in concreto”. Il solo dire
“fine pena mai” è già un castigo medievale, un marchio d’infamia che sul corpo
del condannato imprime col ferro rovente la scritta indelebile: tu non
cambierai mai. Comunque, io conosco un ergastolano che è forse l’ergastolano
più ergastolano che ci sia in Italia. Si chiama Domenico Papalia ed è detenuto
ininterrottamente da mezzo secolo.
Non è un modo di dire “mezzo secolo”. L’ultima volta, e per sempre, è stato
arrestato nel marzo del 1977, quasi mezzo secolo fa. In Italia, era appena nato
il Movimento del Settantasette: da un lato c’era la “fantasia al potere” degli
“indiani metropolitani”, dall’altro la “violenza levatrice della storia” dei
fautori del “potere operaio”. Agli uni Marco Pannella diceva «Non credo al
potere, e ripudio perfino la fantasia se minaccia d’occuparlo». Chiamava gli
altri «compagni assassini»: “compagni” perché violenti e nonviolenti – diceva –
non sono nemici, sono fratelli; “assassini” perché sono tragicamente separati;
rivoluzionari entrambi ma con una differenza: i violenti sono rivoluzionari per
odio, i nonviolenti lo sono per amore.
Papalia ha conosciuto Pannella in carcere. Prima lo ha visto in bianco e nero
alla televisione di allora, nelle tribune politiche, col bavaglio, solo
“contro” tutti: Andreotti, Berlinguer, Cossiga e Almirante. Poi lo ha visto a
colori, in carne e ossa, affacciarsi alla sua cella in visita ai carcerati, a
Natale, a Pasqua e a Ferragosto. Si è innamorato subito di lui, del suo partito
e della sua splendida creatura, Nessuno tocchi Caino, che nelle carceri
continua la sua missione laica di conversione dalla violenza alla nonviolenza.
Dei detenuti e dei “detenenti”. Come Caino, segnato dal Signore perché non lo
colpisse chiunque l’avesse incontrato, Domenico ha vissuto la sua vita in
“esilio” nelle colonie penali del nostro Paese. Da una colonia all’altra, ha
cercato sempre di “costruire città” e generare nuove discendenze. In carcere ha
imparato a leggere e scrivere, da autodidatta, attraverso i giornali. Poi si è
iscritto alle scuole e ha conseguito la licenza m edia. Nella Casa di
reclusione di Opera, ha preso il diploma di litotipografo, ha seguito un corso
di informatica e uno da cuoco.
Nella Casa di reclusione di Bergamo, ha ottenuto il diploma di manutentore
elettrico. Alla Casa di reclusione di Carinola ha completato il diploma di
ragioneria e un corso di formazione in ceramica. Durante la sua permanenza
nella Casa di reclusione di Nuoro ha partecipato ai corsi di lingua e
letteratura, spagnola e italiana. A Rebibbia ha svolto attività di volontariato
con l’associazione Carcere e Comunità, collaborando con Gervasia, una suora
orsolina. Lavorava inoltre come volontario nel laboratorio di informatica della
Caritas, e destinava il suo compenso alla stessa Caritas. Da 35 anni collabora
con la Missione Don Bosco a sostegno dei bambini del Terzo Mondo, per la quale
riceve ogni anno un Diploma di Benefattore.
Poi c’è Platì, la terra che gli ha dato i natali, gioie e dolori. È nato e
cresciuto in una famiglia numerosa e nella miseria. Avevano il bestiame e Domenico
ha fatto il pastore fino all’età di 18 anni. Erano ancora piccoli quando la
madre si è ammalata ed è caduta in depressione, costretta a letto per
vent’anni, fino alla sua morte. Ha iniziato da ragazzo con piccoli furti. Per
necessità, non perché in lui era innata la tendenza a delinquere. Nel 1964 un
suo fratello fu ucciso senza motivo da un paesano ubriaco. Per placare ogni
istinto di vendetta era emigrato a Milano, dove ha trovato un lavoro ma anche
cattive compagnie. È finito in carcere, per una rapina alla fine degli anni
Sessanta. “Negli anni successivi sono rimasto legato come un cane alla stessa
catena di fatti,” ricorda Domenico. Prigioniero di un gioco dell’oca senza
soluzione: soggiorno obbligato lontano da casa, lavoro che trovava e che poi
perdeva, ritorno obbligato a Platì e poi di nuovo via ve rso un altro soggiorno
obbligato. Infine, è arrivata la pena senza fine.
Il carcere gli si è incollato addosso nella forma più spietata di supplizio: la
pena corporale. Le sue difese immunitarie nel tempo sono venute meno. Quasi
tutte le malattie dei carcerati, tipiche di condizioni di vita in uno spazio
finito per un tempo infinito, si sono concentrate in un corpo solo, il suo. Tra
le tante di cui è affetto Domenico si annoverano: un carcinoma prostatico
metastatico in recente progressione, una cardiopatia ischemica,
un’insufficienza respiratoria, con mancanza di assistenza ventilatoria
notturna, il diabete mellito, l’obesità, una pregressa trombosi venosa, anemia,
depressione reattiva.
Ciononostante, per il magistrato di sorveglianza il suo stato di salute non
comprova una situazione di così grave infermità da implicare un pericolo di
vita o tale da provocare rilevanti conseguenze dannose nel perdurare della
carcerazione né tale da far apparire quest’ultima contraria al senso di
umanità. Le condizioni di salute di Domenico Papalia si aggravano di giorno in
giorno. Mentre scrivo è ricoverato in ospedale per una bronchite bilaterale. I
sui avvocati per l’esecuzione penale, Rosa Martino e Annarita Franchi, hanno
chiesto il differimento della pena per gravi motivi di salute.
Nel sacrosanto diritto alla salute e alla vita di Domenico Papalia, lo Stato
dovrebbe riconoscere un limite invalicabile all’esercizio della sua potestà
punitiva. Tanto più che nel cuore di Domenico, semmai v’è stato, oggi non
alberga più odio e, dopo mezzo secolo di carcere, non esiste pericolo alcuno
che possa costituire una minaccia per l’ordine costituito e la sicurezza
sociale. Nella sua vita carceraria, è stato già ammesso una volta al lavoro
esterno e ha usufruito di permessi premio cinquanta volte. È stato ricoverato
in ospedale senza scorta e messo in detenzione domiciliare per motivi di
salute. E si è costituito da solo quando quella forma di privazione della
libertà non gli è stata rinnovata. Domenico Papalia ha goduto della fiducia
dello Stato per quindici anni. Fino al 1992, anno della dichiarazione di guerra
dello Stato alla mafia. Poi, basta. Niente più fiducia negli ultimi trent’anni.
Quando, cinque anni fa, è cambiata la legge sui benefici peniten ziari, che ha
modificato i requisiti per l’accesso, il tribunale di sorveglianza ha preso la
palla al balzo e ritenuto inammissibili le sue istanze di permesso premio. Non
hanno tenuto conto delle sentenze della Corte costituzionale contro l’ergastolo
ostativo e del suo impeccabile percorso di riabilitazione. Il suo impegno di
studio universitario, la collaborazione con Ristretti Orizzonti, i Laboratori
Spes contra spem di Nessuno tocchi Caino, la pratica di giustizia riparativa,
indirettamente, con familiari delle vittime come Agnese Moro, Paolo Setti
Carraro, Fiammetta Borsellino.
La Corte di Cassazione ha annullato con rinvio l’ordinanza di rigetto della sua
ultima istanza di permesso premio. “Una sentenza ricca di principi di diritto
molto forti, inviata al Massimario della Corte”, hanno commentato i suoi
straordinari avvocati Ambra Giovene e Annarita Franchi, patrocinatori delle sue
cause in Cassazione.
Nel bene e nel male, anche dopo mezzo secolo di pena, il destino lo lega sempre
a Platì. È il paese dove Domenico ha perso un figlio la notte di San Silvestro.
Aveva 19 anni, studiava all’università, quando una pallottola vagante
rimbalzata sulla campana della chiesa del paese lo colpì a morte. Il padre ha
autorizzato l’espianto degli organi salvando la normalità della vita di sette
persone. Di un male terribile successo a lui ha fatto un’opera di bene ad
altri. Ma, nell’immaginario di chi deve stabilire quando può finire la sua pena
senza fine, Platì resta sempre la terra del suo peccato originale, della
‘ndrangheta e del pregiudizio che – per le generazioni passate e per quelle a
venire – incatena nomi e cognomi a quel luogo di nascita. In un certo modo, più
felice e creativo, anche in carcere Domenico “torna” a Platì. Da diversi anni
“incontra” gli studenti delle scuole medie del suo paese, racconta loro la sua
esperienza negativa e li invita a non d eviare dalla retta via, a impegnarsi
nello studio, a rispettare le leggi e le istituzioni, a evitare ogni forma di
illegalità perché non porta alcun beneficio. “Molti di quei ragazzi mi hanno
ascoltato e continuano a farlo”, dice. “Alcuni si sono laureati e, nel tempo,
la devianza minorile a Platì è diminuita sensibilmente”. Una preside gli ha
scritto: “Se ne salviamo uno, è un successo”. “Non ne stiamo salvando uno: ne
stiamo salvando molti”, le ha risposto Domenico.
Cos’è questa opera di impegno e restituzione alla comunità se non una forma di
riparazione, di rottura col passato e di rinascita a una nuova vita? È l’opera
di Caino volta a “costruire città” e generare nuove discendenze. L’ultima volta
che ci siamo incontrati al Laboratorio di Nessuno tocchi Caino nel carcere di
Parma, Domenico Papalia ha ricordato una frase di Confucio: «Taglia l’albero
che ti fa ombra e il sole entrerà nella tua casa». Lui l’albero l’ha tagliato,
ma il sole nella sua casa non entra ancora. Dopo mezzo secolo, Domenico vive
ancora al buio, nel freddo e nella desolazione di una città costruita con
sbarre e cemento, insieme a generazioni di persone di settanta, ottanta, quasi
novant’anni. Non è una vittoria, è una sconfitta dello Stato, quella di
attendere che corpi tumulati per oltre trent’anni passino dal “cimitero dei
vivi” – come Turati chiamava il carcere – direttamente a quello dei morti.

Nessun commento:
Posta un commento