sabato 18 aprile 2026

IL SALTO DI QUALITA' DEL FAMILISMO

 


IL FAMILISMO ISTITUZIONALE

Quando l’interesse privato diventa sistema pubblico                                 

                                                        Gaetano  FIERRO

 

UNA DISTORSIONE SILENZIOSA

Ci sono fenomeni che non fanno rumore, ma cambiano profondamente la struttura di un Paese.

Non si impongono con la forza. Non arrivano con dichiarazioni ufficiali. Si insinuano lentamente, fino a diventare normalità.

Il familismo è uno di questi.

Per lungo tempo è stato raccontato come un tratto culturale, quasi una forma di protezione naturale:

la famiglia come rifugio, come rete di sicurezza, come primo luogo di fiducia.

Ma quando la protezione diventa chiusura e la fiducia si trasforma in esclusione, si compie una distorsione.

E quella distorsione, col tempo, si è evoluta.

DALLA FAMIGLIA AL SISTEMA

Fino a qualche decennio fa, il familismo era circoscritto. Agiva dentro i confini della famiglia, orientando scelte, opportunità, relazioni. Era già un limite, perché sostituiva  il merito con l’appartenenza, la competenza  con la prossimità.

Ma oggi non siamo  più lì. Il familismo ha fatto un salto di qualità. Non è più solo  un comportamento sociale. È diventato un modello organizzativo. Si è spostato dalle dinamiche private alle strutture pubbliche. E lì ha trovato terreno fertile.

 

IL PASSAGGIO CRITICO: L’ISTITUZIONALIZZAZIONE

Quando un comportamento individuale diventa prassi collettiva,  e quella prassi entra nelle istituzioni, si compie il passaggio  più delicato. Nasce il familismo istituzionale. Non si tratta più di favorire un parente.  Si tratta di costruire sistemi che funzionano secondo quella logica.

Reti chiuse.

Accessi selettivi.

Ruoli distribuiti non per capacità, ma per appartenenza.

E questo non riguarda un solo ambito.

Si diffonde.

Nei partiti, nelle amministrazioni regionali, negli enti collegati, nelle Università, nei luoghi dove si forma il futuro.

È una trama invisibile, ma estremamente concreta.

LA MOLTIPLICAZIONE DEGLI ENTI

Uno degli effetti più evidenti di questa trasformazione è la proliferazione degli enti. Consorzi, agenzie, organismi paralleli, strutture che nascono, si duplicano,  si stratificano.

Consorzi di bonifica, GAL, ARPAB, acquedotti, parchi, agenzie di formazione professionale, APT, e molte altre articolazioni amministrative.

Sulla carta, rispondono  a esigenze specifiche.

Nella realtà, spesso  diventano contenitori.

Spazi in cui collocare, distribuire, garantire. Non sempre inutili, ma troppo spesso ridondanti. Non sempre inefficienti, ma frequentemente opachi. E il problema non è la loro esistenza in sé, ma la logica che li genera.

Quando un ente nasce per rispondere a un bisogno, è una risorsa. Quando nasce per rispondere a un equilibrio interno, è un costo.

E questa è la linea di confine che non possiamo più ignorare.

L’EFFETTO SULLA DEMOCRAZIA

Un sistema costruito  su relazioni chiuse non è neutrale. Produce conseguenze.

La prima è la perdita di fiducia.

Quando i cittadini percepiscono che le opportunità non sono accessibili, che i percorsi non sono trasparenti, che le decisioni non sono imparziali, si allontanano.

Non partecipano. Non credono. Non investono.

La seconda è la paralisi.

Perché un sistema che protegge sé stesso tende a non cambiare.

Non innova.

Non rischia.

Non si mette in discussione.

E senza cambiamento, non c’è sviluppo.

La terza è la marginalità.

Un Paese che non valorizza il merito, che non premia la competenza, che non apre spazi reali, resta indietro. Non per mancanza di risorse, ma per incapacità di utilizzarle.

Non conta cosa serve davvero. Conta a chi serve.

LA QUESTIONE DELLA VISIONE

Alla base di tutto,  c’è un problema più profondo.

La mancanza di visione.

Quando le scelte sono guidate da equilibri interni, da logiche di appartenenza, da necessità di compensazione, si perde l’orizzonte.

Non si costruisce il futuro. Si gestisce il presente. E spesso, si gestisce male.

Una visione richiede coraggio. Richiede di rompere schemi, di aprire sistemi, di accettare il conflitto che nasce dal cambiamento.

Ma senza questo passaggio, ogni tentativo di modernizzazione resta superficiale.

UNA RESPONSABILITÀ COLLETTIVA

Sarebbe facile attribuire responsabilità a una sola parte.

Alla politica. Alle istituzioni. Alle élite.

Ma sarebbe anche riduttivo. Perché il familismo, prima di diventare sistema, è stato comportamento.

È stato accettato, tollerato, a volte persino giustificato. Ha trovato spazio perché non è stato contrastato.

E questo chiama in causa tutti. Anche chi legge. Chi decide, certo. Ma anche chi osserva. Chi beneficia. Chi tace.

USCIRE DALLA LOGICA DELLA CHIUSURA

Cambiare non è semplice.

Perché non si tratta solo di riformare strutture, ma di modificare mentalità.

Significa rimettere al centro il valore del merito, la trasparenza dei processi, l’accessibilità delle opportunità.

Significa accettare che l’apertura può mettere in discussione equilibri consolidati.

Ma è l’unica strada.

Perché un sistema chiuso può reggere per un periodo, ma nel lungo termine si indebolisce. E alla fine, collassa su sé stesso.

UNA QUESTIONE ANCORA APERTA

Questa riflessione non pretende di esaurire il tema.

Non offre soluzioni semplici. Non propone ricette immediate.

Vuole solo riportare al centro una questione conosciuta, ma spesso evitata.

Perché riguarda nodi profondi. Radicati. Scomodi.

Ma proprio per questo, necessari da affrontare.

IL PUNTO CHE NON SI PUÒ PIÙ ELUDERE

Un Paese non resta indietro per caso.

Ci resta quando smette di interrogarsi davvero su ciò  che lo tiene fermo. Il familismo istituzionale non è un dettaglio.

È un meccanismo.

E finché continuerà a operare sotto traccia, giustificato o minimizzato, ogni discorso sulla crescita, sulla modernizzazione, sulla competitività, resterà incompleto.

Il punto non è negarlo. Non è attenuarlo.

È riconoscerlo per quello che è.

Perché solo ciò che viene guardato senza filtri può essere cambiato.

E tutto il resto, per quanto ben raccontato, resta fermo.

                                                                                                                          Gaetano Fierro

 

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