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Il Sud : un grande laboratorio europeo della Mitopoiesi applicata ai territori minori .
Gaetano Fierro
Quando un luogo diventa racconto
La mitopoiesi non è il coniglio che esce dal cilindro, né la trovata improvvisata del mago Antelmo del momento. Non è una decorazione pubblicitaria da applicare sopra un paese per renderlo, almeno per qualche settimana, più seducente.
È un processo culturale molto più serio: la narrazione di un luogo, di un evento, di un personaggio o di una memoria che, entrando nell’immaginario collettivo, trasforma ciò che esiste in qualcosa che desideriamo conoscere.
Nessun territorio diventa una meta soltanto perché esiste. Diventa una meta quando qualcuno riesce a raccontarlo così bene da renderlo quasi inevitabile. Da quel momento il luogo cambia funzione. Non è più soltanto uno spazio geografico, un insieme di case, pietre, rovine o paesaggi. Diventa un riferimento simbolico, un punto che sembra essere stato toccato dal destino. Il visitatore non vi si reca più soltanto per osservare ciò che resta, ma per entrare nella storia che quel luogo ha imparato a rappresentare.
La presenza di Richard Wagner a Ravello, legata alla suggestione che i giardini di Villa Rufolo esercitarono sulla sua immaginazione, non rimase un episodio privato. Contribuì a consegnare Ravello alla geografia mondiale della musica. La città non fu più soltanto un magnifico balcone sulla Costiera amalfitana: divenne un luogo wagneriano, attraversato da una memoria capace di evocare musica, visione e bellezza.
Allo stesso modo, la memoria della visita di Gustavo VI Adolfo di Svezia, sovrano noto per il suo interesse verso l’archeologia, può offrire a Velia un’occasione narrativa e culturale, purché sostenuta da fonti documentarie rigorose. Potrebbe diventare un ponte con i Paesi nordici, aprendo nuovi scenari di collaborazione, studio, ricerca e turismo.
La mitopoiesi comincia proprio qui: non nell’invenzione arbitraria, ma nella capacità di riconoscere il potenziale di una storia autentica e trasformarlo in esperienza condivisa.
Il turismo cambia pelle
Nel mondo globalizzato il turismo ha smesso da tempo di essere un privilegio riservato a pochi. Le distanze si sono accorciate, i voli a basso costo hanno moltiplicato le possibilità e destinazioni un tempo irraggiungibili sono entrate nell’orizzonte di milioni di persone. La competizione, dunque, non si gioca più soltanto sul lusso, sugli alberghi o sul divertimento organizzato.
Esistono fasce crescenti di viaggiatori che cercano vacanze brevi, sobrie, culturalmente dense, capaci di offrire tranquillità, conoscenza e perfino una dimensione spirituale. Non desiderano soltanto dormire bene, mangiare molto o collezionare fotografie da esibire. Vogliono tornare a casa con una storia da ricordare e con la sensazione di aver incontrato qualcosa che li abbia interiormente modificati.
Il turismo non sceglie soltanto servizi. Sceglie emozioni, identità, atmosfere e significati.
La Basilicata, come molti territori del Mezzogiorno, non dispone ovunque di infrastrutture eccellenti. Sarebbe inutile nasconderlo. Ma possiede una natura aspra, montagne interrotte da declivi, pianure rare, borghi sospesi, silenzi che altrove sono diventati merce di lusso. Proprio questa apparente marginalità può diventare la sua forza, se viene unita a una narrazione credibile e a una vera cultura dell’accoglienza.
Le storie precedono il viaggio
Spesso incontriamo un luogo prima ancora di raggiungerlo.
Lo incontriamo in un quadro, in una fotografia, in un romanzo, in una leggenda, in una musica o nel racconto di qualcuno. Una piramide egizia non è soltanto una gigantesca forma geometrica: richiama faraoni, divinità, dinastie e misteri. I templi di Paestum, Velia e le Tavole Palatine di Metaponto non sono semplicemente pietre antiche: raccontano una civiltà che ha costruito filosofia, scienza, arte e pensiero nel cuore della Magna Grecia.
Anche la pittura può produrre mitopoiesi. Gli acquerelli dedicati da Guido de Bonis alle leggende della Bretagna mostrano come un artista possa restituire vita a pietre, isole, figure misteriose e credenze popolari. Il paesaggio osservato diventa paesaggio immaginato; e il desiderio di conoscerlo nasce molto prima della partenza.
Il mostro di Loch Ness rappresenta l’esempio più famoso. La sua esistenza non è mai stata provata, e proprio per questo deve essere presentato per ciò che è: una leggenda. Eppure quella leggenda ha dato al lago scozzese un’identità universale. Milioni di persone non si recano lì perché abbiano la certezza di incontrare un mostro, ma perché desiderano entrare, anche soltanto per qualche ora, dentro una storia.
La mitopoiesi non falsifica la realtà. La illumina, distinguendo sempre il documento dalla leggenda, la leggenda dall’invenzione e l’invenzione dalla frode.
Il Sud possiede già i suoi miti
Il Mezzogiorno non ha bisogno di importare storie. Ne possiede in quantità straordinaria.
La Basilicata può raccontare Orazio a Venosa, Isabella Morra a Valsinni, Federico II nel Vulture-Melfese, Carlo Levi ad Aliano, la civiltà della Magna Grecia nel Metapontino, il brigantaggio, i paesi abbandonati, la spiritualità dei santuari, Matera trasformata dalla letteratura e dal cinema in un’immagine riconoscibile nel mondo.
La Campania può intrecciare Velia, Paestum, Ravello e i grandi viaggiatori del Mediterraneo.
La Calabria può valorizzare Pitagora, i Bronzi di Riace, i monasteri greci e le rotte bizantine.
La Puglia, la Sicilia e il Molise custodiscono altrettanti racconti capaci di collegare archeologia, paesaggio, memoria religiosa, letteratura e identità popolare.
Il problema non è la mancanza di materiale. È l’incapacità di ordinarlo in una visione e di trasformarlo in una proposta riconoscibile.
Il Sud potrebbe diventare il primo grande laboratorio europeo della mitopoiesi applicata ai territori minori: una rete di luoghi apparentemente marginali che non mendicano attenzione, ma conquistano curiosità attraverso la forza delle proprie storie.
Dalle sagre alla cultura dell’accoglienza
Le sagre e le feste popolari hanno dignità, storia e funzione sociale. Mantengono vive tradizioni, favoriscono incontri e rafforzano il senso di comunità. Ma non possono diventare l’unico vocabolario turistico del Sud.
Troppo spesso si immagina di promuovere un paese montando un palco, arrostendo qualcosa e affidando il destino del territorio a una serata affollata. Il giorno dopo restano i bicchieri vuoti, qualche fotografia sui social e la stessa identica marginalità.
Serve un turismo culturale diverso, con meno ricorrenze inutilmente replicate e più esperienze capaci di durare.
La mitopoiesi deve diventare cultura dell’accoglienza. Significa che la comunità conosce le proprie storie, le verifica, le custodisce e impara a raccontarle. Non basta una campagna promozionale se il residente, il ristoratore, la guida o l’amministratore ignorano il significato del luogo che stanno offrendo.
Un territorio non accoglie davvero quando consegna una chiave d’albergo. Accoglie quando permette al visitatore di comprendere dove si trova, che cosa è accaduto lì e perché quella memoria continua a riguardare anche il presente.
Un progetto comune
per il Sud
Occorre costruire una rete meridionale della narrazione territoriale.
Il primo passo dovrebbe essere un censimento delle storie: documenti, visite illustri, leggende, biografie, opere letterarie, tradizioni orali, paesaggi e scoperte archeologiche.
Il secondo, una verifica scientifica che impedisca alla promozione di diventare falsificazione.
Il terzo, la selezione delle narrazioni più forti e adatte a rappresentare l’identità di ciascun luogo.
Da lì potrebbero nascere itinerari, spettacoli teatrali, podcast, film, mostre, residenze artistiche, festival, gemellaggi, scambi universitari e percorsi scolastici. Velia potrebbe dialogare con la Scandinavia; Ravello continuare a parlare al mondo musicale; i piccoli centri lucani trasformare poeti, vicende, leggende e memorie in motivi concreti di viaggio.
Non si tratta di sostituire strade, trasporti e servizi con una bella favola. Le infrastrutture restano indispensabili. Ma senza un’identità narrativa persino il miglior albergo rischia di essere soltanto un luogo nel quale dormire.
Le infrastrutture fanno arrivare le persone. Le storie fanno nascere il desiderio di partire. Prima arrivano le storie
Il turismo non comincia quando il visitatore parcheggia l’automobile. Comincia quando ascolta un racconto e sente nascere dentro di sé il desiderio di raggiungere quel luogo.
La mitopoiesi non inventa un territorio diverso da quello reale. Gli restituisce profondità. Fa emergere ciò che l’abitudine ha reso invisibile e trasforma la memoria in una possibilità economica, culturale e sociale.
Il Sud non deve travestirsi da altro per essere desiderabile. Deve smettere di considerare ordinario ciò che il mondo potrebbe trovare straordinario.
Le strade conducono ai luoghi. I servizi rendono possibile la permanenza. Ma sono le storie a farci scegliere una direzione.
Un territorio senza narrazione è soltanto uno spazio sulla carta. Un territorio che riconosce, custodisce e racconta il proprio destino diventa finalmente una meta.
Le civiltà non vengono ricordate soltanto per ciò che hanno costruito. Vengono ricordate per le storie che hanno saputo lasciare al mondo.
Il Sud possiede quelle storie.
Deve soltanto tornare ad avere il coraggio di raccontarle.







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