mercoledì 2 settembre 2026

DEMOCRAZIA CRISTIANA : DA PRINCIPALE PARTITO ITALIANO ALLA SUA FRAMMENTAZIONE POLITICA

 

                              GAETANO   FIERRO

LETTERA APERTA

TUTTI UNITI. OGNUNO NEL PROPRIO MOVIMENTO

 

Dal grande partito d’ispirazione cristiana alla galassia delle sigle: prima di parlare di rinascita, qualche domanda dovremo pur farcela.

Il miracolo della moltiplicazione.

Dei movimenti

Da tempo mi accompagna un dubbio quasi amletico.

Se la dottrina sociale della Chiesa richiama dignità della persona, solidarietà, sussidiarietà, bene comune, attenzione agli ultimi, responsabilità e partecipazione, com’è possibile che, quando questo patrimonio prova a entrare nell’arena politica, riesca così spesso a dividersi prima ancora di cominciare?

Il mistero meriterebbe un concilio.

O almeno una riunione senza la preventiva distribuzione delle cariche.

Periodicamente nasce infatti l’ennesimo movimento d’ispirazione cattolica.

 

Un manifesto.

Un coordinatore.

Un portavoce.

Un comitato promotore.

 

E naturalmente l’immancabile dichiarazione:

“Vogliamo unire”.

Generalmente, per unire, si comincia fondando un altro gruppo.

È una curiosa geometria politica: moltiplicare i contenitori fino a rendere quasi invisibile il contenuto.

Il pluralismo è una ricchezza. La polverizzazione un po’ meno

Sarebbe intellettualmente scorretto sostenere che i cattolici debbano stare tutti nello stesso partito.

La dottrina sociale della Chiesa offre principi e criteri di orientamento, non una piattaforma elettorale già compilata. Dagli stessi valori possono nascere valutazioni politiche differenti.

Il pluralismo è legittimo.

Il problema comincia quando diventa frammentazione permanente.

Quando ogni sfumatura pretende una sigla, ogni differenza una frontiera, ogni leader un movimento.

A quel punto non abbiamo più pluralismo.

Abbiamo un arcipelago.

Con moltissime isole e pochissimi abitanti.

E leggendo documenti che parlano quasi tutti di persona, famiglia, solidarietà, Europa, giovani, lavoro e bene comune, viene spontanea una domanda:

se siete così vicini sui fondamentali, perché siete così lontani negli organigrammi?

Dal grande partito allo zero virgola

Qui la storia dovrebbe aiutarci.

La Democrazia Cristiana non fu un partitino identitario.

Fu, per gran parte della Prima Repubblica, il principale partito italiano e il perno del sistema di governo: alle elezioni politiche del 1948 raggiunse il 48,5 per cento dei voti alla Camera e, nei decenni successivi, mantenne a lungo consensi nell’ordine del 35-40 per cento.

Numeri che, osservati dalla frammentazione politica di oggi, sembrano appartenere a un’altra era.

Poi quella storia è finita.

E tra quei milioni di elettori e l’attuale proliferazione di piccoli movimenti esiste una distanza che dovrebbe interrogare soprattutto chi crede sinceramente nella rinascita di una presenza politica cristiano democratica.

Non per rinunciare.

Per capire.

Come si passa da una grande cultura popolare a una costellazione di sigle?

Come può una cultura fondata sulla comunità incontrare tanta difficoltà nel costruire comunità politica?

E soprattutto:  siamo sicuri che per far rinascere quella cultura basti far rinascere una sigla?

Quando la corrente smette di produrre idee

La storia della DC fu molto più complessa delle caricature.

Le correnti rappresentarono culture, sensibilità e differenti interpretazioni del Paese e produssero anche classi dirigenti di grande valore.

Ma arrivarono a essere numerose e fortemente organizzate.

E quando una corrente smette di essere un luogo dove elaborare idee e diventa soprattutto uno strumento per contare, cambia la natura della politica.

La domanda non è più:  quale società vogliamo costruire?

 Diventa:  quanto pesiamo?

In alcune espressioni, il correntismo degenerò progressivamente in gestione del potere, reti clientelari e occupazione di posizioni; fenomeni di corruzione e scambio politico-elettorale contribuirono poi a deteriorare profondamente il rapporto tra cittadini e sistema dei partiti.

Non fu tutta la DC.

Non furono tutti i democristiani.

E soprattutto non furono i principi cristiani a produrre quelle degenerazioni.

Accadde il contrario:  quelle degenerazioni rappresentarono l’allontanamento da quei principi.

Perdere un partito e conservarne i difetti

Nel gennaio 1994 la Democrazia Cristiana concluse la propria esperienza politica con la nascita del nuovo Partito Popolare Italiano.

Quell’esito ebbe cause molteplici:

la trasformazione della società italiana, la fine degli equilibri internazionali della Guerra fredda, la crisi della Prima Repubblica, Tangentopoli e il progressivo deterioramento della fiducia nel sistema politico.

Sarebbe puerile indicare un solo colpevole.

Ma sarebbe altrettanto comodo sostenere che tutto accadde per responsabilità altrui.

Perché quando il servizio diventa potere, il consenso una merce da amministrare e l’appartenenza uno strumento per occupare posizioni, i valori rischiano di trasformarsi nella scenografia. Ed ecco il paradosso che dovrebbe preoccupare chi oggi vuole ricominciare.

Abbiamo perso la grande casa.

Non vorrei che avessimo conservato le riunioni di condominio.

Prima il progetto.

Poi, magari, il presidente.

Nel frattempo l’Italia è cambiata.

La secolarizzazione ha ridotto l’omogeneità del mondo cattolico e gli stessi credenti esprimono posizioni politiche differenti.

Perciò non serve necessariamente ricostruire la casa dei cattolici.

Serve forse una casa politica nella quale la cultura cattolica democratica porti il proprio patrimonio aprendosi  anche a chi, pur non credendo, condivide dignità umana, solidarietà, responsabilità e giustizia sociale.

Ma bisogna invertire il metodo.

Prima il progetto, poi il contenitore.

Prima cinque o sei grandi questioni: giovani, lavoro, denatalità, sanità, disuguaglianze, immigrazione, aree interne, ambiente, nuove tecnologie.

Poi le persone.

Infine gli organigrammi.

Sembra rivoluzionario.

Dovrebbe chiamarsi politica.

Perché non basta citare Sturzo, De Gasperi o Moro.

Bisogna chiedersi cosa direbbero quei valori all’Italia di oggi.

E accettare persino l’eventualità politicamente più traumatica:

che a guidare possa essere qualcun altro.

Prima di rinascere, ricordare perché siamo caduti

Non scrivo queste cose per scoraggiare chi crede nella possibilità di ricostruire una presenza politica ispirata al cattolicesimo democratico.

Al contrario.

Proprio perché quel patrimonio è troppo importante per essere disperso nello zero virgola di tante sigle, credo meriti un esame di coscienza.

Non abbiamo bisogno dell’ennesimo movimento nato per unire quelli che non sono riusciti a unirsi al movimento precedente.

Abbiamo bisogno della capacità di rinunciare a qualcosa di proprio per costruire qualcosa che appartenga a tutti.

Perché parlare di servizio è bellissimo.

Servire senza comandare lo è un po’ meno.

La domanda, allora, non è se la Democrazia Cristiana possa rinascere.

È molto più scomoda.

Siamo davvero disposti, nel tentativo di far rinascere ciò che aveva di migliore, a non far rinascere insieme a lei anche ciò che contribuì a farla morire?

Perché altrimenti non avremo imparato dalla storia.

Avremo soltanto cambiato il logo.

                                                                                                        -  Gaetano Fierro  -

 


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