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IL TEOREMA SEMPIO: tante suggestioni e poche evidenze
Andrea Sempio
Andrea Sempio, nell’agosto del 2007, è un ragazzo di diciannove anni. Nella ricostruzione della Procura di Pavia è un giovane frustrato, sessualmente interessato a Chiara Poggi, la sorella del suo amico Marco. Un interesse che, a quanto pare, non sarebbe stato ricambiato. E di cui, almeno sulla base degli elementi finora emersi, non risulta una prova diretta. Sempio non lo appunta nei suoi numerosi e sfruttatissimi appunti a mano. Chiara non ne parla con nessuno. Ma poco importa. Quel suo modo discutibile di approcciarsi alla vita sessuale basta e avanza, agli occhi dell’opinione pubblica, per fargli indossare pure il vestito dell’assassino.
Per trasformare un ragazzo in un assassino, però, serve una storia. E la storia comincia con i video intimi di Chiara e Alberto Stasi. La storia è scritta bene: Sempio li avrebbe visti, o comunque sarebbe entrato in possesso di quei contenuti. Da lì, secondo l’ipotesi investigativa, avrebbe sviluppato un’attrazione per la ragazza. Perché, evidentemente, vedere una coppia filmarsi durante un rapporto sessuale sarebbe stato sufficiente a convincerlo che Chiara fosse una giovane disinibita, disponibile a concedergli una possibilità. Una premessa che, per quanto suggestiva, richiede una serie di passaggi da dimostrare: Sempio ha visto quei video? Li ha presi? Come avrebbe fatto? Quando? E in che modo la loro conoscenza avrebbe generato l’interesse sessuale che la procura gli attribuisce? Di tutto ciò non c’è alcuna traccia. C’è però una teoria.
Sempio si sarebbe invaghito di Chiara e avrebbe deciso di tentare un approccio. Cosa lo dimostrerebbe? Le tre telefonate effettuate il 7 e l’8 agosto che diventano il preludio del delitto. Una di queste dura 21 secondi. In quella telefonata, secondo la ricostruzione accusatoria, Sempio avrebbe fatto riferimento al video intimo, palesandosi e tentando un approccio sessuale. Il dialogo, però, non lo conosciamo. Non abbiamo una registrazione che ci restituisca le parole pronunciate. Né una confidenza a qualcuno, di Sempio o di Chiara, che non se ne lamentò nemmeno col fratello. Ma nella sceneggiatura quel dialogo ha un ruolo fondamentale: Sempio si dichiara, Chiara lo respinge e il rifiuto diventa la scintilla dell’odio. Il contenuto mancante viene ricostruito a partire dalla premessa accusatoria, che presuppone proprio quel tentativo di approccio e il successivo rifiuto. È il momento decisivo di una vicenda che, fino a quel momento, non aveva lasciato tracce documentali di un simile approccio.
Arriva il 13 agosto. Marco Poggi è in vacanza. Chiara è a casa. Sempio, secondo l’accusa, decide di raggiungerla. Non sa se è sola: il fidanzato, Alberto Stasi, è a Garlasco. Presentarsi a casa sua per tentare un approccio al buio sarebbe un’idea pericolosa. Ma tant’è. Come entra nella villetta di via Pascoli? L’allarme viene disinserito. Chiara Poggi, che nell’ottica dell’accusa, a quel punto, sa che Sempio è ossessionato da lei e che possiede i suoi video intimi, aprirebbe la porta in pigiama. Senza temere nulla e senza il pudore di mostrarsi in abbigliamento notturno ad uno che l’avrebbe importunata poco prima per telefono. O forse Sempio potrebbe essere entrato in un altro modo, ma come? Poco importa: una volta dentro, il copione può procedere.
Chiara si trova davanti a lui. Tra i due, in qualche modo, comincia una pur minima colluttazione. Sempio la colpisce con un corpo contundente, prima alla fronte e allo zigomo, facendola cadere. Poi la trascina verso la porta della cantina. Chiara prova a reagire, si mette carponi. Lui la colpisce ancora, fino a farle perdere i sensi.
A questo punto il corpo viene spinto lungo le scale. Chiara è incosciente, ma Sempio, secondo l’accusa, la colpisce ancora, fino a ucciderla. La dinamica è precisa, ma non fornisce indizi su chi l’avrebbe messa in atto. Il problema resta quello di collegare ogni passaggio a elementi probatori sufficienti a dimostrare che sia stato proprio Sempio.
Qui entrano in scena le tracce. Chiara si sarebbe difesa. Sulle sue unghie vengono rilevati dei profili genetici parziali e misti: ci sono quindi tracce infinitesime che sembrano provenire da diversi soggetti maschili, uno dei quali - secondo gli investigatori - potrebbe essere proprio Sempio.
Il dato diventa uno degli elementi centrali dell’accusa. Ma il significato di quel dna, entrato in scena grazie alle indagini della difesa Stasi, le modalità della sua formazione e la possibilità di attribuirlo con certezza all’indagato restano questioni aperte. Perché un profilo genetico, anche se attribuibile - e qui non lo è con certezza, è secondo la perizia svolta neppure in termini probabilistico misurabile - non racconta in ogni caso quando, come e in quali circostanze sia stato depositato.
Poi c’è la traccia palmare 33, una mano bagnata che per la procura l’assassino avrebbe appoggiato sulla parete delle scale della cantina. Per gli inquirenti sarebbe compatibile, sulla base degli accertamenti antropometrici, con Sempio. La consulenza della difesa smentisce tale corrispondenza,evidenziando l’arbitrarietà dell’assunto. Ma come ci sarebbe arrivata quella mano? In quale momento? E soprattutto, che cosa significa esattamente che fosse bagnata? La procura ha una tesi interessante: il fatto che non siano state trovate tracce di sangue non esclude che ce ne fossero. Il che, tradotto, significa che l’assenza di una traccia non viene considerata necessariamente incompatibile con la presenza di quella traccia in un momento precedente. Un altro elemento che viene inserito nel racconto senza una prova certa. Anzi, dichiarandone l’assenza.
Lo stesso vale per l’impronta della scarpa. La procura ritiene che le caratteristiche della traccia possano essere compatibili con le calzature indossate da Sempio all’epoca, nonostante Sempio calzi diversi numeri in più rispetto a quell’impronta. Non si hanno misurazioni del suo piede nel 2007. La ricostruzione è fatta a ritroso. Non ci sono prove che indossasse quel tipo di scarpe - delle Frau, lontane anni luce dagli scarponi con cui lo si vede ritratto nelle foto di quegli anni da ragazzo un po’ ai margini. La compatibilità viene ricostruita a posteriori, attraverso valutazioni antropometriche. Ma è un altro modo per far combaciare tutto con la storia che si è scelto di raccontare.
È così che il copione arriva alla sua conclusione: Sempio entra, aggredisce Chiara, la uccide, compie una serie di movimenti, lascia determinate tracce e riesce ad allontanarsi. Ogni elemento trova una collocazione dentro la ricostruzione. Ogni vuoto viene riempito con un passaggio plausibile. Ma come far quadrare il cerchio sul piano probatorio? Con dei monologhi incomprensibili, durante i quali Sempio, commentando il delirio mediatico che si scatena contro di lui, sembra - e sembra soltanto - dire parole che combaciano con la storia che gli viene cucita addosso. Ma che siano quelle le parole che dice è tutto da dimostrare: finora a provarlo sono solo i sottotitoli frutto delle trascrizioni fornite dall’accusa. Se si chiudessero gli occhi mentre quelle parole scorrono, non si capirebbe nulla.
Come superare tutti quei «è ragionevole immaginare» e quel «la ricostruzione di questo movente porta inevitabilmente in sé una quota di suggestione» che di tanto in tanto si leggono nell’informativa dei Carabinieri, come fossero nulla? Spostando l’attenzione sull’ex fidanzato Alberto Stasi, improvvisamente trasformato nella vittima di un presunto complotto, avallando la tesi difensiva di un presunto errore, se non magheggio, sui pedali della bici che nell’immaginario scagiona Stasi, dimenticando tutti gli altri elementi che, per la Cassazione, provano la sua colpevolezza.
La procura di Pavia ha ora chiesto il rinvio a giudizio di Sempio. Sarà un giudice che si spera abbia tenuto la tv spenta in questi anni, se non per mantenere una verginità cognitiva almeno per evitare l’inquinamento acustico prodotto da certi programmi, a valutare la tenuta dell’impianto accusatorio in udienza preliminare. Che con la riforma Cartabia richiede una cosa, sulle altre: la ragionevole previsione di condanna. E se non bastasse “l’assenza che prova la presenza” degli elementi di prova, c’è quel piccolo particolare di un condannato in via definitiva. E di un indagato che, per la procura, avrebbe agito totalmente da solo.
Chiara Poggi, la vittima di questa vicenda, intanto è stata confinata ad elemento di arredo di una storia che riguarda altri: Stasi e Sempio, protagonisti, con le loro vite distrutte, di un eterno programma trash di intrattenimento. E il cui destino, in entrambi i casi, sembra essere questione di share, più che di giustizia.
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