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Intervento del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in occasione della Celebrazione della Giornata Internazionale della donna
Palazzo del Quirinale, 09/03/2026 (II mandato)
Rivolgo un saluto molto cordiale ai Presidenti della Camera e del Consiglio dei ministri, ai Vice Presidenti del Senato e della Corte costituzionale, a tutti quanti son presenti in questo salone e a quanti seguono da remoto.
Celebrare oggi la Giornata Internazionale della donna significa riconoscere la ricchezza della presenza e del contributo protagonista femminile nella società e anche riflettere sulla lunga e impegnativa strada percorsa dalle italiane per conquistare spazi e diritti, per rendere vera l’uguaglianza tra le persone di ciascun sesso affermata, come è stato ricordato, dall’articolo 3 della Costituzione.
Quest’anno la celebrazione riveste uno speciale significato: tra breve ricorrerà l’ottantesimo anniversario della Repubblica, nata il 2 giugno 1946, quando le italiane, chiamate al voto dopo la prima volta nelle elezioni comunali di pochi mesi prima, che ripristinarono nei Municipi la democrazia, soppressa dalla dittatura, diedero il loro apporto decisivo alla costruzione della nuova Italia.
Ringrazio la Ministra Roccella, Malìka Ayane, Benedetta Porcaroli, Giulia Galeotti, Caterina Banti, Amalia Ercoli Finzi, Cristina Cassar-Scàlia. Abbiamo potuto apprezzare, nei loro interventi - di cui a nome di tutti le ringrazio particolarmente - l’impegno di donne professioniste di successo nei loro diversi campi di azione. Complimenti e auguri a tutte loro.
Anche queste storie di impegno e di successo affondano le radici in quel lontano 1946, quando dopo anni di sofferenze, di guerra e di lotta per la libertà, le donne furono finalmente chiamate alle urne.
Un’autentica rivoluzione, che poneva fine a una secolare storia di discriminazione e di emarginazione e segnava l’inizio di una nuova stagione, dove responsabilità, opportunità, diritti valevano per donne e per uomini, finalmente su un piano di totale parità.
Il loro ruolo protagonista le donne lo avevano testimoniato sempre e lo avevano ribadito sostenendo la società e l’economia italiana durante i penosi anni dei due conflitti mondiali, prendendo anche parte attiva alla Liberazione, come staffette partigiane, come attiviste, come combattenti.
Dopo secoli in cui la donna era considerata in posizione subordinata e il suo ruolo nella società era confinato nella sfera familiare e domestica, il voto alle donne rappresentò il traguardo per il quale tante si erano impegnate.
Una svolta scolpita, di lì a breve, nella nostra Costituzione, appunto, all’articolo 3. L’eguaglianza, la dignità e la libertà delle donne non come concessione dall’alto, ma come diritto fondamentale di ogni persona.
Non fu ancora il conseguimento dell’effettiva parità. Ma la Costituzione, affermandola, pose le basi del dovere della Repubblica di realizzarla e svilupparla, aprendo la strada a progressive conquiste legislative, realizzate soprattutto grazie all’impegno delle donne nel Parlamento e nella società.
Ne vanno ricordate alcune tappe, alcuni di questi momenti, alcuni sono già stati rammentati: il divieto di sfruttamento della prostituzione nel 1958; la legge sulla tutela delle lavoratrici madri nel 1971, la riforma del diritto di famiglia in cui, nel 1975, si sanciva, tra l’altro, la parità effettiva tra coniugi; la liberatrice, anche se tardiva nella sua ovvietà, abolizione del delitto d’onore e del cosiddetto matrimonio riparatore nel 1981; la legge sulle pari opportunità, che ha aperto la strada al raggiungimento dell’uguaglianza nei luoghi di lavoro e nell’accesso ai ruoli decisionali; la fondamentale legge 66 del 1996 sulla violenza sessuale, finalmente reato contro la persona e non più contro la morale, che ha consentito alle donne di denunciare i propri aguzzini senza dover provare vergogna o solitudine. Completata, più di recente, dalla legge contro lo stalking e dalle norme contro la discriminazione di genere e per il contrasto al femminicidio.
Ricordo anche i ripetuti e importanti interventi legislativi a tutela della maternità e per favorire la conciliazione vita-lavoro.
Nel corso della storia repubblicana, la presenza crescente delle donne nei diversi ambiti professionali ha segnato una trasformazione profonda nel nostro Stato.
Per lungo tempo era scontato che gli incarichi di vertice fossero rivestiti da uomini. Alle donne era riconosciuto un ruolo confinato ai livelli esecutivi, amministrativi, di supporto.
Le italiane hanno progressivamente conquistato, classificandosi sovente ai primi posti nei concorsi, spazi sempre più rilevanti nella magistratura, nella diplomazia, nella carriera prefettizia, nelle università, nel campo medico e scientifico, nelle amministrazioni locali: alla guida dei comuni, le donne sono oltre otto volte di più rispetto agli anni Ottanta.
Sono passati – è paradossale - ben venticinque anni tra la prima donna sottosegretario di Stato - Angela Cingolani Guidi nel 1951 - e la prima donna Ministra, Tina Anselmi, nel 1976. Tre anni dopo la prima donna Presidente della Camera dei deputati, Nilde Jotti.
Si è poi dovuto attendere un quarantennio - ripeto un quarantennio - per avere, nel giro di pochi anni, la Presidente Alberti Casellati al Senato, la Presidente Cartabia alla Corte costituzionale, la Presidente Cassano alla Corte di Cassazione e la Presidente del Consiglio dei ministri, Giorgia Meloni.
Fino a qualche tempo fa, nel nostro Paese, lo sport di cui si parlava in casa, nei luoghi di lavoro, in qualunque ambiente, era coniugato, con ampia prevalenza, al maschile. Oggi lo scenario è ben diverso. Le nazionali femminili e le atlete italiane vincono, entusiasmano, sollecitano partecipazione e orgoglio.
La donna italiana è scienziata – “la scienza è femminile”, Professoressa - è imprenditrice, è artista, magistrata, astronauta, campionessa, leader politica e sindacale; è ai vertici dello Stato.
Quante risorse, quanti talenti abbiamo perduto nel corso dei tempi passati!
Le istituzioni hanno offerto e offrono un esempio. Ma la questione non riguarda singole figure di eccellenza. La sfida riguarda milioni di donne, lavoratrici, professioniste, madri di famiglia.
Il percorso potrà dirsi concluso soltanto quando non si chiederà più alle donne di assumere, nei diversi ambiti della società, modelli di comportamento maschile per avere così riconosciuto il proprio ruolo, le proprie capacità e qualità. Finché questo non avverrà, continuerà a esserci una perdita di valori e di opportunità per l’intera società italiana.
Questi ottanta anni non ci narrano soltanto una vicenda di emancipazione, ma una storia di crescita della nostra Repubblica e della qualità della democrazia. Dal contributo di competenza e di senso di responsabilità delle donne la Repubblica ha tratto vigore.
La presenza femminile nelle professioni o nelle istituzioni non è una questione di quote: è il segno di una Repubblica che riconosce e valorizza tutte le energie migliori di cui dispone. La Repubblica ha dato molto alle donne. Le donne hanno dato molto alla Repubblica. E l’equilibrio non è ancora alla pari.
Guardando al futuro, la nostra Repubblica deve continuare a valorizzare il ruolo delle donne, abbattendo gli ostacoli che tuttora ne limitano le potenzialità: il divario salariale, la scarsa presenza nei ruoli apicali delle aziende, la violenza di genere, la conciliazione tra vita e lavoro.
Una società che investe nelle donne diventa oltre che più equa, più forte, più innovativa, più dinamica. Tutti i fattori indicano che l’economia cresce con il lavoro femminile e con esso si accresce la qualità complessiva della vita.
Promuovere politiche che favoriscano l’inclusione, la formazione, la leadership femminile, sostenere la maternità senza penalizzazioni di carriera, sono fattori fondamentali per il futuro della nostra Italia.
Per tutti questi aspetti, per il valore di questa storia, appare - ed è - paradossale doversi occupare sovente di violenza di genere. Eppure, purtroppo, è necessario. L’impegno di civiltà di consegnarla al passato non richiede soltanto il rafforzamento delle norme di legge e degli strumenti di tutela, ma richiede soprattutto di depurare gli animi da una mentalità distorta, che si alimenta di atavici pregiudizi e di ignoranza colpevole.
Educare al rispetto in famiglia anzitutto, a scuola, negli ambienti di lavoro, è la risposta più efficace per costruire una società in cui nessuna donna possa aver paura o possa esser lasciata da sola.
La Repubblica Italiana, nei suoi ottanta anni di storia, ha saputo svilupparsi e consolidarsi nella libertà anche grazie al contributo delle donne. Continuerà a farlo se continuerà a dare voce, spazio e libertà ai loro talenti.
Buona Giornata della Donna, viva la Repubblica!
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