- Da Nessuno Tocchi Caino newsletter <noreply@nessunotocchicaino.it> del 04/07/2026 -
DOMENICO PAPALIA È ‘INNOCENTE’: NON NUOCE PIÙ A NESSUNO
Continua la serie degli “amicus curiae” di Nessuno tocchi Caino su Domenico
Papalia, l’ergastolano più ergastolano che vive in Italia avendo già espiato
ininterrottamente mezzo secolo di pena. Ha conosciuto tutte le forme più
afflittive della detenzione previste dalla legge penitenziaria, a tal punto che
il carcere lo ha segnato nella forma più dura, quella della pena corporale e
della tortura. È sopravvissuto a tutto questo, speranza contro ogni speranza,
grazie a una forza d’animo straordinaria. Sul tavolo dei magistrati – che
devono decidere se i suoi 81 anni di età, i 50 di pena espiata e le sue condizioni
di salute siano ancora compatibili con lo stato di detenzione – sono
sicuramente giunte le cosiddette “informative della DDA” che raccontano un
altro Papalia, quello della preistoria criminale. Vorremmo che al fascicolo
siano allegate anche le “informative di NTC”, che raccontano il Papalia che
abbiamo conosciuto noi, quello che ha chiuso col suo passato ed è rinato a una
nuova vita, volta al bene e ai valori umani universali. S.D.
Elisabetta Zamparutti
Siamo soliti legare l’innocenza all’infanzia. Al punto da usare il termine
innocente come sinonimo di bambino. “Innocenti facea l’età novella” diceva in
proposito Dante. Ma questa virtù preziosa sembra sia destinata a essere
confinata lì, a questa età. Come se solo i bambini siano coloro che non commettono
il male e siano privi della malizia che insegna a nuocere o a giudicare con
cattiveria. Eppure l’origine della parola ne spalanca la porta all’uso anche
per gli adulti. Non solo per chi si proclama estraneo a un fatto che ha creato
nocumento e che gli si attribuisce. Perché innocente deriva dal latino, con il
prefisso privativo in (non) e nocere (nuocere). Innocente è dunque colui che
non nuoce, chi non crea nocumento, chi non fa danno.
Ma dove sono questi adulti innocenti? Ovunque, soprattutto in carcere!
Sono dieci anni che ogni mese Nessuno tocchi Caino anima nelle sezioni di alta
sicurezza delle carceri del nostro Paese i laboratori “Spes contra spem”,
definizione tratta dalla lettera di San Paolo ai Romani per esprimere quella
forza che promana da chi incarna la speranza del cambiamento che gandhianamente
vorrebbe vedere manifestarsi nel mondo, fino a determinarlo.
Nonostante il tempo trascorso e la frequenza dei laboratori a cui ho
partecipato, ricordo ancora benissimo il primo. Eravamo nel carcere di Opera a
Milano, nel teatro dedicato (all’epoca) a Marco Pannella.
Circa 200 posti erano occupati dai detenuti dell’alta sicurezza scesi per
ascoltarci, conoscerci. Quando Sergio d’Elia conclude la spiegazione
dell’intendimento del nostro laboratorio, volto a estendere la consapevolezza
del danno arrecato ed elevare la coscienza orientandola verso i valori umani
universali, quasi cento detenuti partecipanti si alzarono, risalirono in
sezione e non li vedemmo più. Altri restarono e continuammo a vederli. Devo
dire sempre di meno. Non perché sono risaliti in sezione ma perché nel corso
degli anni hanno ottenuto quei benefici e quelle misure alternative che passo
dopo passo li hanno portati a uscire dal carcere e non rientrare più.
Che cosa era successo in quel primo laboratorio? Era accaduto che chi non
intendeva cambiare o non era pronto ad abbandonare l’abitudine di essere se
stesso, liberandosi da quell’io costruito negli anni sulla legge del più forte,
sul potere, sulla durezza, aveva scelto di andarsene. Perché il laboratorio
chiedeva qualcosa di più difficile della pena: chiedeva di guardarsi dentro.
Non chiedeva tanto di imparare qualcosa di nuovo quanto piuttosto di
disimparare qualcosa di vecchio. E non tutti erano pronti a farlo. Non nascondo
il fatto che i partecipanti al nostro laboratorio siano stati dagli altri anche
considerati degli “infami”, come nel gergo carcerario sono etichettati i
“collaboratori di giustizia”. Non perché abbiano confessato alcunché, accusato
qualcuno o rinnegato ciò che è stato. Il passato non si cancella. Né è nostro
intendimento quello di tagliare a pezzi la vita di un essere umano, buttando
una parte, quella cattiva e tenendone un’altra, quella b uona. I processi
autentici sono quelli che generano un’evoluzione che tiene tutto insieme. Posso
dire che chi tra loro decise di continuare a frequentarci e di partecipare al
laboratorio ha cercato di diventare, nel profondo, il più delle volte
riuscendoci, un uomo che non nuoce più, un “innocente”. Domenico Papalia è uno
di questi.
Conosciamo e sosteniamo l’idea di una giustizia riparativa. Ma nei nostri
laboratori credo che ne pratichiamo anche un’altra: quella rigenerativa. Per
spiegarmi ricorro a quella fonte inesauribile d’ispirazione che sono i testi
sacri. E penso all’episodio evangelico in cui Gesù dice a Nicodemo, un fariseo,
conoscitore e meticoloso osservante della legge, che questo, il rango, non
basta per entrare nel regno dei cieli: “Bisogna nascere di nuovo”. Nicodemo,
che coglie solo l’aspetto materiale della frase, chiede come sia possibile che
un uomo torni nel grembo di sua madre. Ma la rinascita di cui gli parla Gesù
non è fisica, è tutta interiore: è la nascita di un sé nuovo, capace di
guardare il mondo – e gli altri – con occhi diversi. E questa rinascita è una
faticosa conquista quotidiana fatta di dolore e liberazione. Perché per nascere
di nuovo bisogna prima essere disposti a morire a se stessi – a quell’io che si
era costruito. È un processo di cambiamen to che richiede più coraggio di
qualsiasi altra cosa. Quando è compiuto, restituisce l’innocenza: quella degli
adulti, più rara e più preziosa di quella dei bambini, specialmente se
conquistata dentro le mura di un carcere, lontano dagli occhi del mondo, non
notiziata.
Domenico Papalia è, tra i partecipanti al laboratorio di Parma, quello più
assiduo. Non ne ha mai mancato uno. È sempre arrivato sulle sue gambe. Sempre
più a fatica. Fino a venire al penultimo in sedia a rotelle. Sempre disponibile
a testimoniare il cambiamento possibile anche in contesti di alta sicurezza.
Non ha mai fatto mancare la sua iscrizione a Nessuno tocchi Caino, come non ha
mai cessato di sostenere la Chiesa per le opere di bene che fa, soprattutto in
terre di missione come l’Africa.
Domenico ha indubbiamente incoraggiato sé stesso a partecipare ma ha
incoraggiato anche altri suoi compagni di pena a fare lo stesso. Ha fatto
proseliti all’organizzazione della nonviolenza quale è Nessuno tocchi Caino. Lo
consideriamo un nostro prezioso “collaboratore”, perché Domenico ha collaborato
in modo esemplare alle attività trattamentali offerte dall’ordinamento
penitenziario volte al reinserimento sociale, comprese le nostre. Il che è cosa
ben diversa da quella collaborazione alle indagini di giustizia che invece lo
Stato magari ancora pretende. Domenico Papalia è un “collaboratore di
giustizia” di Nessuno tocchi Caino nell’opera straordinaria che compie nelle
carceri, quella della conversione dalla violenza alla nonviolenza, dal delitto
al diritto.
Domenico ha conosciuto, facendone l’esperienza diretta sulla sua pelle, tutte
le armi dell’arsenale antimafia, dal “carcere duro” all’ergastolo ostativo,
passando per quell’obbrobrio giuridico che ancora esiste nel nostro ordinamento
e che porta il nome di “isolamento diurno”. Gli organismi internazionali, dalla
Corte Europea per i diritti dell’Uomo al Comitato europeo per la prevenzione
della tortura come anche il Comitato ONU sui diritti umani, più volte hanno
richiamato l’Italia al rispetto di quella soglia invalicabile del divieto
assoluto di trattamenti inumani e degradanti, al di sotto della quale le armi e
le munizioni a cui uno Stato ricorre per contrastare ciò che considera il male,
diventano “armi non convenzionali”.
Sopravvissuto a tutto questo, speranza contro ogni speranza, Domenico a noi ha
consegnato la sua vita chiedendoci di farne un manifesto della lotta alla
mafia. Perché non succeda più a nessuno quello che è successo a lui. Sono
manifesti antimafia le lettere che ogni Natale rivolge ai giovani del suo Paese
d’origine: Platì. Sono manifesti antimafia le lettere che ha scritto a Suor
Gervasia. Sono “informative antimafia” di cui tener conto – tanto quanto, se
possibile, anche di più di quelle provenienti dalle varie direzioni antimafia –
le testimonianze vive, attuali delle molte persone che nel corso della pena lo
hanno conosciuto e frequentato.
Oggi, Domenico Papalia rischia di morire nelle mani dello Stato, in quel
carcere di Parma dove molti, troppi, sono stati lasciati spirare perché simboli
della lotta alla mafia, sacrificati sull’altare della falsa dicotomia tra
sicurezza e diritti umani. Oggi posso dire che Domenico Papalia ci serve vivo
(per quel che gli resta da vivere) fuori dal carcere e non morto in carcere. Ci
serve la sua innocenza conquistata in una vita, comunque la si voglia
considerare, di dolore, ma capace di rivolgere a tutti uno sguardo sereno.
Questo è lui.
E noi? Sapremo guardarlo come fanno i bambini, privi della malizia che insegna
a giudicare con cattiveria?

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