GAETANO FIERRO
*Quando il dolore non diventa insegnamento*
*Il terremoto che scuote la terra e quello che scuote le coscienze*
Ogni volta che un terremoto colpisce una parte del mondo, la prima sensazione è sempre la stessa: sgomento.
Non importa dove avvenga. Davanti alle immagini di edifici crollati, famiglie spezzate, persone che scavano tra le macerie con le mani nude nella speranza di ritrovare un figlio, un genitore o un amico ancora vivo, ogni distanza geografica si annulla.
Resta soltanto il volto della fragilità umana.
Ma accanto al dolore emerge inevitabilmente una domanda che, da decenni, continua a ripresentarsi senza trovare una risposta convincente: era davvero inevitabile che tutto questo accadesse con una tale devastazione?
Un terremoto è un fenomeno naturale.
Le vittime di un terremoto, molto spesso, sono invece il risultato di scelte umane. La terra può tremare senza chiedere il permesso a nessuno; ciò che determina la portata della tragedia è il modo in cui una società decide di prepararsi a quell’evento.
La differenza tra una calamità naturale e una catastrofe umanitaria, nella maggior parte dei casi, è racchiusa nella qualità della prevenzione, nella serietà delle istituzioni e nella responsabilità collettiva.
Quando interi quartieri costruiti con materiali inadeguati si accartocciano in pochi secondi, quando ospedali, scuole, ponti, viadotti e infrastrutture strategiche collassano proprio nel momento in cui dovrebbero garantire soccorso, non siamo più soltanto davanti alla forza della natura. Siamo davanti alle conseguenze dell’imprevidenza, della superficialità, della corruzione, dell’assenza di controlli, della mancanza di programmazione o, semplicemente, dell’incapacità di attribuire il giusto valore alla vita umana.
Il film che continua a ripetersi.
La storia, purtroppo, è piena di esempi.
Ogni continente ha conosciuto terremoti devastanti.
Eppure, esistono Paesi che, pur essendo esposti a un elevatissimo rischio sismico, riescono a limitare drasticamente il numero delle vittime grazie a norme edilizie rigorose, controlli severi, formazione continua della popolazione e una cultura della prevenzione che coinvolge ogni livello della società.
Questo dimostra che non tutto dipende dall’intensità del sisma. Molto dipende dalle decisioni prese prima che la terra inizi a tremare. Ed è proprio quel “prima” che troppo spesso viene ignorato.
È qui che emerge il paradosso più doloroso: ogni tragedia suscita emozione, ma non sempre genera insegnamento. È come assistere allo stesso film proiettato all’infinito. Cambiano i luoghi, cambiano i volti delle vittime, cambiano le bandiere, ma il copione rimane tragicamente identico. Ci indigniamo, ci commuoviamo, promettiamo di cambiare e, con il passare del tempo, torniamo lentamente alle vecchie abitudini, fino alla tragedia successiva.
Una società che non trasforma il dolore in consapevolezza è destinata a convivere con gli stessi errori.
La memoria collettiva non può limitarsi al ricordo delle vittime; deve diventare una forza capace di modificare i comportamenti, le priorità politiche e la cultura civica di un’intera comunità.
*La prevenzione non* *è una spesa*: *è il primo dovere verso la vita*.
Dopo ogni tragedia assistiamo a un copione ormai tristemente conosciuto. Arrivano le immagini dei soccorritori, le dirette televisive, le conferenze stampa, le promesse solenni, le raccolte fondi, gli appelli alla solidarietà internazionale, le visite delle autorità nei luoghi del disastro.
Tutto questo è importante, perché ogni gesto di solidarietà rappresenta il volto migliore dell’umanità.
Tuttavia, la solidarietà, da sola, non può diventare un alibi per compensare ciò che avrebbe dovuto essere fatto molto tempo prima. Le lacrime non possono sostituire i piani di prevenzione.
Gli applausi ai soccorritori non possono sostituire edifici costruiti secondo criteri antisismici.
Le commemorazioni non possono sostituire una programmazione seria. La vera responsabilità politica e amministrativa non si misura soltanto nella capacità di gestire un’emergenza. Si misura soprattutto nella capacità di impedirne, per quanto possibile, gli effetti più devastanti.
Governare significa prevedere. Significa avere il coraggio di prendere decisioni quando tutto sembra tranquillo, sapendo che proprio quelle scelte potranno salvare vite umane negli anni a venire.
La prevenzione non produce titoli sui giornali, non offre visibilità immediata, ma rappresenta la forma più alta e più nobile dell’azione pubblica.
Ogni euro investito nella sicurezza non è un costo: è una dichiarazione concreta del valore che una società attribuisce alla vita dei propri cittadini. Al contrario, ogni risparmio ottenuto sacrificando la qualità delle costruzioni o rinviando interventi indispensabili può trasformarsi, un giorno, in un prezzo insopportabile pagato in vite umane.
*La prevenzione è una cultura, non soltanto una legge*.
Una vera cultura della prevenzione dovrebbe diventare patrimonio comune. Dovrebbe entrare nelle scuole fin dalla giovane età, attraverso esercitazioni periodiche, educazione civica, simulazioni di evacuazione e conoscenza dei comportamenti corretti durante un sisma.
Dovrebbe coinvolgere le famiglie, le imprese, gli ordini professionali, i costruttori, gli ingegneri, gli architetti, le associazioni di volontariato, le università, gli enti locali e ogni articolazione dello Stato. La sicurezza non può essere delegata esclusivamente agli specialisti: è una responsabilità condivisa.
Ogni Comune situato in aree a rischio dovrebbe disporre di un piano costantemente aggiornato, facilmente consultabile e realmente sperimentato attraverso esercitazioni regolari. Le aree di raccolta dovrebbero essere conosciute da tutti, la viabilità studiata per consentire evacuazioni rapide, i sistemi di comunicazione efficienti anche nelle situazioni più critiche. Gli ospedali dovrebbero essere progettati per continuare a funzionare proprio quando tutto il resto si ferma. Anche il coordinamento dei soccorsi merita una riflessione profonda. Troppo spesso, nelle prime ore successive ai grandi terremoti, emergono ritardi, sovrapposizioni di competenze, difficoltà logistiche e comunicazioni frammentarie.
È comprensibile che una situazione estrema generi caos, ma proprio per questo il coordinamento dovrebbe essere preparato molto prima, attraverso protocolli condivisi, formazione continua e verifiche periodiche. L’improvvisazione, nelle emergenze, costa vite umane.
*La responsabilità appartiene a tutti*.
Occorre anche avere il coraggio di riconoscere che costruire senza rispettare criteri antisismici significa trasferire sulle generazioni future un rischio evitabile.
Ogni autorizzazione concessa senza controlli rigorosi, ogni materiale scadente utilizzato per risparmiare, ogni abuso edilizio tollerato rappresenta una responsabilità morale prima ancora che giuridica.
Le macerie di domani iniziano spesso con le leggerezze di oggi.
Ma sarebbe troppo semplice attribuire ogni colpa esclusivamente alla politica.
Una vera coscienza civica nasce quando ciascuno comprende che la sicurezza è un bene comune. Cittadini, professionisti, imprese, amministratori, tecnici, scuole e associazioni condividono la stessa responsabilità: costruire una società nella quale la prevenzione diventi un’abitudine e non una reazione dettata dalla paura.
Finché una tragedia colpisce qualcun altro, la prevenzione viene troppo spesso percepita come una spesa rinviabile. Quando, invece, il dolore entra nelle nostre case, comprendiamo improvvisamente quanto fosse prezioso ciò che avevamo sottovalutato.
Ma allora è già troppo tardi.
*Una scelta politica che guarda al futuro*.
Per questo sarebbe auspicabile che, nelle aree a maggiore rischio sismico, esistesse una struttura istituzionale dedicata esclusivamente alla prevenzione, dotata di risorse economiche adeguate, personale altamente qualificato e reali poteri di intervento.
Non un organismo simbolico, ma un centro permanente di pianificazione, controllo, formazione, monitoraggio e verifica capace di dialogare costantemente con tutte le istituzioni coinvolte.
La prevenzione non può essere una voce marginale di bilancio.
Deve diventare una priorità strategica, una scelta politica permanente e una responsabilità amministrativa quotidiana.
*La memoria che salva il futuro*.
Ogni tragedia dovrebbe lasciare un’eredità di consapevolezza.
Se il dolore non genera cambiamento, rischia di trasformarsi soltanto in memoria destinata a essere sostituita dalla tragedia successiva.
Il rispetto per le vittime non consiste soltanto nel ricordarne i nomi o nel commemorarle ogni anno.
Consiste soprattutto nel fare in modo che il loro sacrificio diventi un punto di svolta capace di proteggere altre vite.
Una società veramente matura non aspetta che la terra tremi per riscoprire il valore della prevenzione.
Lo comprende quando tutto sembra tranquillo, perché è proprio nella normalità che si costruisce la sicurezza del domani.
La forza di una comunità non si misura soltanto nella capacità di rialzarsi dopo una catastrofe, ma soprattutto nella saggezza con cui sceglie di evitarne le conseguenze più gravi.
*L’unico modo autentico di onorare le vittime*.
Il vero progresso non consiste nel contare quante persone riusciamo a salvare dopo il crollo, ma nel creare le condizioni affinché sempre meno persone debbano essere salvate.
Le vittime di ieri non chiedono soltanto di essere ricordate. Chiedono, nel silenzio delle loro storie spezzate, che il loro sacrificio diventi responsabilità, coscienza e cambiamento.
Ogni edificio costruito con criteri di sicurezza, ogni scuola che insegna la prevenzione, ogni amministratore che sceglie la lungimiranza invece dell’improvvisazione, ogni cittadino che comprende il proprio ruolo rappresentano una promessa mantenuta verso chi non c’è più e un atto d’amore verso chi verrà dopo di noi.
Perché il terremoto non possiamo impedirlo. L’indifferenza, l’imprevidenza e l’oblio, invece, sono scelte umane. Ed è proprio da queste scelte che dipende la differenza tra una tragedia inevitabile e una tragedia resa ancora più grande dalla nostra incapacità di imparare. Quando una società smette di trasformare il dolore in responsabilità, non tradisce soltanto il proprio futuro: tradisce anche la memoria di chi avrebbe potuto continuare a vivere.
Gaetano Fierro

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