Gaetano FIERRO
*IL DIALOGO COMINCIA QUANDO FINISCE IL MONOLOGO*
La difficile arte di camminare insieme senza diventare tutti uguali
*Siamo tutti favorevoli*
*al dialogo*.
È una delle poche parole capaci di ottenere l’unanimità prima ancora che cominci unadiscussione.
Dialogo. Ascolto. Comunità. Partecipazione. Condivisione.
Poi qualcuno ha l’imprudenza di pensarla diversamente da noi e improvvisamente il dialogo perde buona parte del suo fascino.
Perché accogliere l’altro è semplice quando l’altro ci assomiglia.
Quando conferma ciò che pensiamo, approva quello che facciamo e, possibilmente, ci rassicura sul fatto che avevamo ragione fin dall’inizio.
La faccenda si complica quando porta una storia diversa, una sensibilità diversa, magari perfino un’idea che consideriamo profondamente sbagliata.
Ed è esattamente lì che comincia il dialogo vero.
Non quando siamo d’accordo.
Quando, pur non essendolo, riconosciamo all’altro la stessa dignità che rivendichiamo per noi.
Abbiamo persino inventato una forma molto raffinata di dialogo con diritto di approvazione preventiva:
puoi parlare liberamente, purché alla fine tu sia d’accordo con me.
Funziona benissimo.
Soprattutto per chi parla per ultimo.
*Camminare insieme non significa marciare*
Camminare insieme non significa procedere allo stesso passo, indossare la stessa uniforme o ripetere lo stesso pensiero.
Una comunità autentica non è una fotografia nella quale tutti devono mettersi in posa.
È un luogo vivo, inevitabilmente attraversato da differenze, convinzioni, conflitti e perfino contraddizioni.
La questione non è eliminarli.
È imparare ad abitarli.
Perché quando una comunità pretende di cancellare ogni differenza in nome dell’unità, prima o poi l’unità diventa uniformità.
E dall’uniformità all’obbedienza il viaggio, storicamente, non è mai stato particolarmente lungo.
La vera unità è molto più difficile.
Richiede persone capaci di restare se stesse senza avere bisogno che gli altri smettano di esserlo.
*Il bene comune non è il mio bene con più sostenitori*
Qui incontriamo una delle tentazioni più antiche dell’essere umano: confondere ciò che riteniamo giusto con ciò che deve necessariamente valere per tutti.
Succede nella politica.
Succede nelle associazioni.
Succede nelle comunità religiose.
Succede nelle famiglie.
Succede perfino tra persone animate dalle migliori intenzioni.
Ed è forse proprio questo il pericolo più sottile: il dominio non arriva sempre gridando.
Qualche volta arriva sorridendo e spiegandoci, naturalmente per il nostro bene, che qualcuno sa meglio di noi ciò che dovremmo pensare, scegliere, desiderare.
Possiamo perfino pronunciare parole magnifiche, servizio, fraternità, partecipazione, condivisione, continuando in realtà a cercare obbedienza.
Le parole, del resto, hanno un guardaroba sterminato.
Anche il potere ha imparato a vestirsi bene.
Il bene comune comincia invece quando smettiamo di considerare la comunità come l’estensione del nostro io.
Non coincide automaticamente con la volontà della maggioranza, anche se la democrazia necessita di maggioranze per decidere.
Non coincide con l’interesse della minoranza.
E soprattutto non coincide con l’interesse personale di chi, in quel momento, dispone di maggiore potere, influenza, visibilità o capacità di farsi ascoltare.
È una costruzione molto più difficile.
Richiede di tenere insieme la dignità del singolo e la responsabilità verso tutti.
*Sinodale non significa unanime*
C’è una parola che nel mondo cristiano utilizziamo sempre
più spesso: sinodalità.
La sua immagine è straordinariamente semplice:
camminare insieme.
Ma bisogna intendersi.
Camminare insieme non significa arrivare tutti alla medesima conclusione.
E nemmeno trasformare il confronto in una liturgia nella quale ascoltiamo educatamente gli altri aspettando soltanto il nostro turno per spiegare perché abbiamo ragione.
Quello non è ascolto.
È un monologo con intervallo.
L’ascolto autentico contempla invece un rischio molto più serio: che l’altro abbia qualcosa da insegnarci.
Persino quando non condivideremo la sua conclusione.
È questa disponibilità che distingue il dialogo dalla semplice alternanza delle parole.
Una comunità cresce quando ciascuno entra nel confronto non soltanto chiedendosi:
“Come posso convincere gli altri?”
ma anche:
“Che cosa posso comprendere che ancora non vedo?”
È una domanda apparentemente innocua.
In realtà è rivoluzionaria.
Perché obbliga il nostro ego a rinunciare al posto riservato in prima fila.
La diversità non è un incidente da correggere
Abbiamo spesso una concezione curiosa dell’unità.
Diciamo di volerla, ma qualche volta intendiamo uniformità.
Cerchiamo persone libere, purché utilizzino bene la libertà.
Cioè come piace a noi.
La vera unità è molto più esigente.
Non chiede alle differenze di scomparire.
Chiede loro di incontrarsi attorno a valori capaci di essere più grandi delle appartenenze e degli interessi individuali: dignità della persona, solidarietà, responsabilità, giustizia, libertà, attenzione verso chi rimane indietro, rispetto della coscienza.
Possiamo discutere, anche duramente, sui mezzi attraverso i quali realizzarli.
Anzi, dobbiamo farlo.
Il dissenso non è necessariamente una frattura.
Talvolta è proprio il dissenso, quando è leale, rispettoso e argomentato, a impedire a una comunità di diventare autoreferenziale.
Chi ci contraddice non è automaticamente un nemico.
Potrebbe essere semplicemente qualcuno che guarda la stessa montagna da un versante diverso.
E magari vede qualcosa che dal nostro lato non è visibile.
*La Civiltà dell’amore non è sentimentalismo*
Parlare di Civiltà dell’amore rischia di sembrare qualcosa di magnifico e vagamente astratto.
Finché non proviamo a tradurla nella vita quotidiana.
Allora diventa tremendamente concreta.
Significa non umiliare chi perde una discussione.
Non utilizzare un ruolo per ottenere vantaggi personali.
Non confondere autorevolezza e autorità.
Non considerare il servizio una scorciatoia verso il potere.
Non utilizzare una comunità per costruire il proprio piccolo regno personale.
Significa difendere la dignità di chi non appartiene alla nostra cerchia con la stessa convinzione con cui difendiamo quella di chi ci è vicino.
E significa anche saper dire no.
Perché l’amore senza verità rischia di diventare compiacenza, mentre la verità senza rispetto può trasformarsi in violenza morale.
Costruire una Civiltà dell’amore non significa quindi essere tutti più buoni.
Significa diventare tutti più responsabili.
*Il dominio più difficile da riconoscere*
C’è infine un dominio particolarmente insidioso.
Quello del proprio pensiero.
Essere convinti delle proprie idee è legittimo.
Difenderle con passione è perfino necessario.
Avere valori significa anche saper dire: su questo non sono d’accordo.
Pensare invece che la nostra convinzione ci attribuisca automaticamente una superiorità morale sugli altri è un’altra cosa.
Possiamo avere principi solidissimi senza trasformarli in pietre da lanciare.
Possiamo avere una fede profonda senza utilizzarla come metro per stabilire chi meriti distare più avanti e chi più indietro.
Possiamo avere ragione e comportarci comunque male.
È una possibilità che dovremmo ricordare più spesso.
Perché nessuna comunità diventa migliore sostituendo semplicemente un dominio con un altro.
E nessuna rivoluzione collettiva dura davvero se non è preceduta da una rivoluzione molto più silenziosa e difficile:
quella dentro ciascuno di noi.
La trasformazione comincia quando impariamo a governare quella parte di noi che vuole prevalere, essere riconosciuta, avere l’ultima parola.
Forse la libertà più grande non consiste nell’imporre ciò che pensiamo.
Consiste nel non avere bisogno di imporlo per sentirci forti.
Camminare insieme
Forse allora costruire una comunità significa proprio questo.
Non cercare persone identiche a noi, ma persone disposte a riconoscersi reciprocamente.
Sedersi allo stesso tavolo senza chiedere a nessuno di lasciare la propria identità fuori dalla porta.
Portare convinzioni, dubbi, esperienze, perfino ferite.
Discutere.
Qualche volta scontrarsi.
Qualche volta cambiare idea.
Qualche altra restare fermamente sulle proprie posizioni.
E continuare, nonostante tutto, a riconoscersi.
Perché il rispetto del singolo e il bene della comunità non sono due avversari da mettere sul ring.
Una comunità che schiaccia la persona tradisce il proprio scopo.
Una persona che utilizza la comunità esclusivamente per affermare se stessa dimentica di appartenere a qualcosa di più grande.
Tra questi due estremi esiste uno spazio.
Si chiama dialogo.
Ma il dialogo autentico richiede qualcosa di molto più difficile delle parole:
a disponibilità a trasformarsi nell’incontro con l’altro.
La Civiltà dell’amore comincerà davvero quando smetteremo di domandarci chi debba prevalere e inizieremo a chiederci che cosa possiamo costruire insieme senza pretendere che qualcuno, per camminare al nostro fianco, debba diventare meno se stesso.
Non quando finalmente penseremo tutti allo stesso modo.
Non quando avremo eliminato il dissenso.
Non quando qualcuno avrà convinto tutti gli altri.
Ma quando riusciremo a guardarci negli occhi, anche da posizioni differenti, riconoscendo nell’altro non un ostacolo da rimuovere ma una persona da rispettare.
Perché una comunità non cresce quando qualcuno vince sugli altri.
Cresce quando ciascuno riesce a vincere quella parte di sé che ha bisogno di dominarli.
Ed è forse da questa piccola, enorme vittoria interiore che può cominciare davvero la Civiltà dell’amore.
Gaetano Fierro

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