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Tiziana Maiolo
26 settembre 2026
L’omicidio di Chiara Poggi e il caso Garlasco sono diventati un gioco a tre punte. C’è la procura di Pavia che si accinge a prendere una decisione sulla chiusura definitiva delle indagini lunedì 28 settembre. C’è Milano, con la caserma dei carabinieri di via Moscova, molto attiva nelle accuse nei confronti dell’indagato Andrea Sempio, tanto quanto nella difesa del condannato Alberto Stasi. Milano è anche palazzo di giustizia, quello della condanna in appello a 16 anni di carcere per Stasi, e quello della procura generale, titolare di un’eventuale richiesta di revisione di quella sentenza, come sollecitato addirittura dal procuratore di Pavia. E poi c’è Brescia, dove un gip, su richiesta della stessa accusa, ha archiviato la posizione dell’ex procuratore aggiunto di Pavia, Mario Venditti, dall’accusa di corruzione in atti giudiziari. Sempre a Brescia, c’è la corte d’appello che ha già respinto nel 2020 la richiesta di revisione da parte dei difensori di Stasi, i quali si accingono a presentare il bis, in seguito alle ultime indagini che riguardano il nuovo indagato Andrea Sempio.
Che cosa succederà il 28 settembre, non è così scontato. La via più facile, per il procuratore capo Fabio Napoleone, l’aggiunto Stefano Civardi, i sostituti Giuliana Rizza e Valentina De Stefano, sarebbe quella di chiedere sic et simpliciter al giudice il rinvio a giudizio per Adrea Sempio per l’omicidio volontario di Chiara Poggi, con le aggravanti della crudeltà e dei motivi abietti. Ergastolo sicuro, in caso di condanna. Un’alternativa potrebbe essere la richiesta di proroga di sei mesi. Il che è naturalmente legittimo, anche se non va dimenticato il fatto che già nello scorso mese di maggio, con le famose cento pagine di relazione dei carabinieri di Milano, erano state dichiarate chiuse le indagini. In questo modo gli investigatori della procura avevano potuto prendere visione di ogni atto di consulenza depositato dai difensori dell’indagato e poi disporre una sorta di contro-deduzioni, in modo da avere sempre l’ultima parola. Un gioco di gatto con il topo, cui la difesa non si è sottratta, addirittura rilanciando, quando ha suggerito a Sempio di non presentarsi al cospetto del professor Roberto Catanesi, lo psichiatra incaricato di studiare la personalità dell’indagato.
Nel gioco tra giuristi, sanno bene accusatori e difensori che il codice di procedura penale (articolo 220, secondo comma) vieta di usare l’analisi della personalità dell’indagato o dell’imputato per valutare la propensione a delinquere o per giudicare la persona invece che il reato. E sanno anche che la relazione dello psichiatra, senza che ci sia stato un contatto diretto con il paziente, è inutilizzabile dal punto di vista processuale. Inoltre i difensori di Sempio, gli avvocati Angela Taccia e Liborio Cataliotti, hanno chiarito in modo deciso che non accetteranno mai “scorciatoie” come l’infermità o la seminfermità mentale del loro assistito. Non saremo noi a cavare le castagne dal fuoco alla procura, hanno detto.
Va segnalato il fatto che in ambienti giudiziari pavesi e anche milanesi gira con insistenza la voce maliziosa che sarebbe proprio quella, per la procura, la stradina facile per uscire senza infamia, sia pur se senza lode, da indagini che hanno portato a ben scarsi risultati. Ed è ormai vox populi, anche tra i più convinti del fatto che Alberto Stasi, il fidanzato di Chiara, sia stato vittima di errore giudiziario, la consapevolezza del fatto che, se pure a Pavia si troverà un gip-gup pronto a rinviare a giudizio Andrea Sempio, i giudici della corte d’assise si troverebbero davanti a un processo vuoto. La consulente della procura Cristina Cattaneo non ha spostato di un millimetro il range temporale, dalle 7 del mattino alle 12,30, in cui sarebbe avvenuto il delitto. E la perizia disposta dalla gip di Pavia Daniela Garlaschelli sul dna trovato sulle unghie di Chiara e svolta da Denise Albani, ha concluso con certezza che quel materiale genetico non era attribuibile a nessuna singola persona.
Quanto all’impronta 33, quella sul muro prospiciente la scala da cui la povera Chiara fu buttata dall’assassino, nonostante i tanti tentativi di modificarne l’interpretazione, restano fermi i risultati dell’unica perizia: non è di sangue, inoltre non è utilizzabile per lo scarso numero di aplotipi riscontrati, che dovrebbero essere almeno sedici per poter essere attribuibili. Ben altri erano gli indizi, “gravi precisi e concordanti” che avevano portato alla condanna di Alberto Stasi, dal suo racconto di “scopritore” del corpo di Chiara, le sue scarpe immacolate, fino alle impronte sul dispenser del bagno, il dna della fidanzata sui pedali di una bici e tutto il problema della bici nera con pedali non originali. I giudici più precisi, e più severi nei suoi confronti, non sono stati quelli della corte d’appello di Milano né quelli della Cassazione che lo hanno condannato, ma quelli di Brescia che hanno respinto la prima richiesta di revisione. Vedremo se gli avvocati Giada Bocellari e Antonio De Rensis troveranno argomenti nuovi e più fondati di quelli del 2020. Certo, ora sulla graticola non c’è più il loro assistito, santificato sui social e in tanti talk. Non c’è più il bocconiano, ma un commesso disoccupato e ormai senza casa, tornato dai genitori dopo lo sfratto.
Ma nessuno finora è riuscito a collocarlo sul luogo dell’omicidio né a convincere, solo sulla base di intercettazioni sui suoi vaniloqui a sfondo sessuale, che il movente di un delitto sia riconducibile a un’ossessione diventata odio a causa di un rifiuto. Pavia ha vissuto un anno fatto di grida più che di sussurri. In televisione abbiamo sentito di continuo “vedrete, vedrete” da parte di chi, anche tanti colleghi giornalisti, riteneva che gli scaltri investigatori della procura e dei loro aiutanti carabinieri avessero una strategia segreta che nascondeva assi nelle maniche. Non c’erano. Ed è patetica e scandalosa la vicenda che ha tenuto alla gogna per un anno l’ex procuratore Venditti, sospettato di essersi fatto corrompere dal padre di Sempio, sulla base di un appunto che lo voleva comprato per 20-30 euro per archiviare. Quando la storia ci dice che tutti i tentativi della difesa di Stasi da 2016 in avanti hanno prodotto solo a Pavia ben quattro archiviazioni di altrettanti giudici, senza contare le decisioni della Cassazione, della corte d’appello di Brescia e per due volte della Corte europea dei diritti dell’uomo. Possono aver tutti sbagliato, certo. E Alberto Stasi ha diritto di dichiararsi innocente e i suoi difensori di insistere. Anche la procura di Pavia e i carabinieri di Milano possono procedere all’infinito, un po’ all’americana, a cercare un’altra verità processuale.
Ma come può ora un giudice, se arriverà la richiesta di rinvio a giudizio, mandare a processo Sempio se prima a Brescia non si deciderà sulla revisione a Stasi? Si può giudicare una persona per un delitto per cui è stato già condannato un altro? Una cosa è certa, tutto ciò non giova prima di tutto al ricordo di Chiara, immolata in questo gioco a tre punte che non merita, proprio come non meritava di essere vittima di un assassinio così brutale. Dovrebbero pensare a lei e alla sua famiglia, prima di tutto, i protagonisti di questo gioco a tre punte.

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