sabato 27 giugno 2026

ABELE E CAINO

 


 -  Da  Nessuno Tocchi Caino newsletter <noreply@nessunotocchicaino.it>   del  27/06/2026  -



CARO ALEMANNO, SPIEGA A VANNACCI COS’È IL CARCERE: NEL NOME DI ABELE PUÒ DIVENTARE CAINO

 
Sergio D’Elia su l’Unità del 25 giugno 2026

Caro Gianni, appena uscito da Rebibbia, ti affido subito un compito: spiega a Vannacci cos’è il carcere. Parlagli delle gabbie e delle chiavi, che ingoiano e serrano esseri umani. Fagli capire che il carcere è un luogo di privazione non solo della libertà ma anche di quelli che sono i sensi umani fondamentali, della salute e della stessa vita.
Raccontagli le malattie “professionali” dei carcerati: quelle dei polmoni, del cuore e della mente. Digli della perdita dell’aria e della luce, della vista e del respiro, dell’udito e dei denti. Digli, invece, dell’enorme guadagno che i carcerati incassano in termini di infezioni intestinali, di scabbia, di cimici. Parlagli degli infarti e dei tumori, delle ferite da taglio e dei suicidi. Fagli sentire il fetore di urina e di feci e del cibo mai consumato che avvolge tutto e tutti, detenuti e “detenenti”, colpevoli e innocenti, condannati e in attesa di giudizio.
Digli che se vuole conoscere la vera feccia deve andare lì, in carcere, a Rebibbia. Però, digli anche che lì, dove hanno scaricato il letame della società, la feccia della feccia, tu hai conosciuto Fabio Falbo, lo “scrivano di Rebibbia”, avvocato legale e difensore civico, ancora di salvezza di tanti disperati.
Parlagli di te, del “legislatore di Rebibbia” che sei stato, raccontagli come nel luogo dei fuorilegge e della pena hai concepito riforme della legge penale. Digli dei Laboratori Spes contra spem di Nessuno tocchi Caino che hanno riunito a Rebibbia le commissioni Giustizia congiunte di Camera e Senato, il CSM, Presidenti e vicepresidenti delle Camere, Magistrati di sorveglianza. Digli come il luogo della pena ha supplito alle mancanze del Parlamento.
Raccontagli anche la vera storia di Caino e Abele. Che sono sempre fratelli, vittima e carnefice, indissolubilmente legati nel male e nel lutto. Ricordagli che il Signore pose su Caino un segno perché non lo toccasse chiunque l’avesse incontrato, e perciò divenne costruttore di città e genitore di nuove discendenze. Digli che sei iscritto a Nessuno tocchi Caino da almeno venticinque anni, ininterrottamente, e che non sei diventato garantista solo entrando a Rebibbia.
Digli che le vittime meritano ascolto, rispetto, verità e riparazione. Ma che meritano anche uno Stato di Diritto capace di difenderle innanzitutto prevenendo i delitti e non semplicemente e ferocemente punendo i delinquenti. Che la forza di uno Stato di Diritto si misura nella capacità di difendere Abele senza essere disumano con Caino. Che il rischio mortale per lo Stato è diventare, in nome di Abele, esso stesso Caino.



 
NESSUNO TOCCHI CAINO - NEWS FLASH

LE LETTERE DALL’INFERNO A SUOR GERVASIA, LA RINASCITA DI DOMENICO PAPALIA
Pubblichiamo anche questa settimana un altro contributo alla conoscenza di Domenico Papalia, ergastolano di 81 anni, in carcere da mezzo secolo, gravemente ammalato. A breve, il Tribunale di sorveglianza dovrà decidere sulla sua sorte: cioè, se la sua “rieducazione” sia ancora esigibile, se la sua età e la sua salute siano compatibili con lo stato di detenzione, se la sua pena, divenuta ormai anche corporale, non sia contraria al senso di umanità. S.D.


Francesco Kostner

Sono andato indietro di trent’anni in un baleno, leggendo Una suora all’inferno, il libro curato da Gabriele Moroni ed Emanuele Roncalli e pubblicato per i tipi di Marietti. Un bellissimo omaggio a più voci – numerose lettere di carcerati, pluriomicidi, ex terroristi, detenuti eccellenti – a Suor Gervasia Asioli, un’orsolina delle Figlie di Maria Immacolata che ha speso la sua vita negli istituti penitenziari. La stessa religiosa che, il 5 agosto 1993, sul settimanale L’Inserto di Calabria, ricordava Domenico Papalia, di cui si parla nel volume, come un figlio della miseria e della sofferenza, al quale la vita aveva riservato dolori e privazioni, fino a registrare il suo sconfinamento nei meandri dell’illegalità e della delinquenza, cause prima di reiterati periodi in carcere per reati anche gravi, infine della sua condanna all’ergastolo per una vicenda rispetto alla quale, però, Papalia si era sempre dichiarato innocente.
La testimonianza di Suor Gervasia si era unita ai numerosi contributi favorevoli alla riabilitazione di Papalia, apparsi sulla stessa testata a partire dal mese di gennaio 1993, dopo che il Giudice Istruttore del Tribunale di Roma, Ferdinando Imposimato, si era platealmente pentito durante una puntata del “Maurizio Costanzo Show” di averlo rinviato a giudizio per l’uccisione del boss Antonio D’Agostino, avvenuta nel 1976 a Roma, decisione che di fatto aveva spalancato a Papalia le porte del carcere a vita. Erano seguiti interventi a favore dell’ergastolano di Platì da parte di avvocati, giornalisti, ex parlamentari, intellettuali, esponenti del volontariato, che avevano dato vita finanche a un Comitato Pro Papalia cui, in poco tempo, avevano aderito numerose persone, non solo calabresi.
La lettura del libro dedicato a Suor Gervasia, la “mamma dei detenuti”, “la suora postina di Rebibbia”, che ho avuto il piacere di conoscere, toccando con mano la straordinaria vitalità cristiana e la modernità di pensiero da cui era animata, ha inevitabilmente aperto lo scrigno dei ricordi anche riguardo alla vicenda giudiziaria di Domenico Papalia. Il quale, se certamente non è mai stato un santo, si era sempre detto estraneo all’omicidio D’Agostino. Una verità “personale”, diventata reale ben quarantuno anni dopo, a seguito della sentenza con la quale la Corte d’appello di Perugia ha assolto Papalia per non aver commesso il fatto. Il suggello di un capolavoro tecnico-giuridico, costruito pezzo dopo pezzo grazie a un processo di revisione da manuale, impostato da un magnifico penalista di Locri, tra i migliori in Italia, Cesare Placanica, e seguito passo dopo passo assieme a una delle sue bravissime “associate”, Marika Circosta, e da alcuni straordinari pe riti, i professori Giovanni Pierucci e Alberto Brandone, capaci anche a distanza di decenni, attraverso moderne metodologie di indagine, di dare un volto e un’anima ai lati più oscuri della vicenda.
Ebbene, nel libro di Moroni e Roncalli – che consiglio a quanti volessero immergersi nella realtà del carcere e coglierne i tanti aspetti, a partire ovviamente dalla sofferenza dei detenuti a favore dei quali, se pure hanno qualcosa di cui rispondere, non dovrebbe mai venir meno l’attenzione e la “disponibilità” dello Stato, in linea con il concetto di funzione rieducativa della pena – oltre dieci pagine riguardano appunto i rapporti epistolari di Domenico Papalia con suor Gervasia. E l’amorevole disponibilità avuta da quest’ultima nei
confronti dell’ergastolano di Platì, così come di altri detenuti. E qui – come avviene nel resto del volume – è difficile rimanere indifferenti e far finta di niente, come a me, del resto, è successo, conoscendo Papalia. Condividendone da vicino, per quanto possibile, gli ultimi decenni di detenzione. Incontrandolo più volte, appunto a Rebibbia, ma anche a Nuoro e a Parma, dove si trova tuttora. Provando a fargli sentire il calore di una parola o di un incoraggiamento. Comunque, mantenendo sempre un rapporto onesto e leale con lui. Ampiamente ricambiato.
La scelta dei curatori, tra i più di settanta biglietti e lettere che Papalia ha avuto modo di scrivere a Suor Gervasia, non dev’essere stata facile, ma il risultato è certamente positivo. “Credo sia una persona affidabile sulla cui lealtà a seguire dettagliatamente le giuste imposizioni della legge non ci sia da dubitare”, scrisse di Papalia a un magistrato di sorveglianza la straordinaria religiosa. Sottolineando ciò che subito aveva colpito anche me e di cui sono convinto: il pieno recupero morale, umano e culturale di quest’uomo. Frutto di un percorso difficilissimo, ma che sono certo abbia saputo e continui a compiere. Migliorandosi sotto molteplici profili, a partire dall’impegno nella lettura e nello studio, cosa che gli ha permesso, anche grazie alla sua notevole intelligenza, di capire il valore delle regole, il rispetto dello Stato, dei suoi principi. Bisognerebbe leggere anche ciò che da tempo scrivono di lui quanti sono chiamati a verificarne il percorso ri educativo in carcere, il che a mio parere lo renderebbe meritevole di trascorrere gli ultimi anni della sua vita con i suoi cari.
Nel capitolo dedicato dagli autori a Domenico Papalia, sono presenti le lettere inviate a Suor Gervasia. Nel 1985, le scrisse a proposito del delitto D’Agostino: “Vittima delle circostanze e condannato all’ergastolo innocentemente e non lo dico io, ma lo dimostrano gli atti processuali, i giudici sono essere umani e quindi portati a sbagliare anche loro se di sbaglio si può dire, al contrario, se l’hanno fatto con cattiveria prego sempre anche per loro che Dio li perdoni. Io vado avanti con forza e dignità, vorrà dire che il Signore mi ha dato questo peso perché sa che lo posso sopportare con fede e dignità”. Nel 1989 annunciava alla meravigliosa suora di Desenzano del Garda di aver versato un contributo a favore dei terremotati dell’Armenia. Ci sono poi quelle dal carcere di Bergamo dove era stato trasferito per tre mesi di osservazione. Il 20 maggio 1990 le scrisse: “Spero che resterò qui perché è veramente un luogo dove si può vivere, le celle sono aperte fi no alle 21 e le guardie sono molto gentili…”. In quelle del 30 gennaio, del 16 aprile e del 25 agosto 1991, dimostra di conoscere momenti dolorosi della storia italiana, come i drammatici bombardamenti di Cà del Gallo e di Ripapersico, nel Ferrarese nell’aprile del 1945 da parte dell’aviazione alleata, che causarono la morte di centinaia di civili, ma anche di sapersi orientare nelle vicende politiche internazionali, dalla prima guerra del Golfo alla Perestroika di Gorbaciov. Il 5 marzo 1992, Papalia si dice preoccupato per le non buone condizioni di salute di Suor Gervasia e la supplicava “di cercare di non affaticarsi, anche se capisco quanto lei voglia essere di utilità e d’aiuto agli altri. C’è tanto bisogno di aiuto nel mondo e invece si va incontro a tanto egoismo e indifferenza nei confronti di chi ne ha bisogno. Io farò la mia parte come ho sempre fatto. In particolare, mi sono preso carico di due detenuti: uno si trova a Opera e uno qui. Si trovano veramen te in condizioni disastrose con le rispettive famiglie in corso di sfratto, uno come se non bastasse ha tre bambine handicappate e tanti altri problemi. Faccio quello che posso ma non basta. C’è troppa indifferenza da parte di chi di dovere. Se tutti facessimo il minimo delle nostre possibilità nei confronti di chi avesse necessità di soccorso il mondo conoscerebbe meno sofferenza”. Infine, il 19 dicembre 1994, informava il suo “angelo custode” di essere stato assolto a Reggio Calabria in un processo d’appello per associazione a delinquere, dopo la condanna in primo grado a sei anni e sei mesi, e che i suoi famigliari avevano incontrato il vescovo di Locri monsignor Bregantini, noto per le sue battaglie contro la mafia.
C’è tanta misericordia, nel bellissimo libro di Gabriele Moroni e Emanuele Roncalli, verso i tanti detenuti che hanno mantenuto nel tempo un rapporto epistolare con Suor
Gervasia. E tra questi, appunto, Domenico Papalia. Il quale, è vero, e va ricordato, durante la permanenza in carcere è stato condannato a due ergastoli: per l’omicidio dell’avvocato Aldo Labate, avvenuto in una campagna di Segrate il 17 novembre 1983, e per l’uccisione dell’educatore della Casa circondariale di Opera Umberto Mormile, verificatosi l’11 aprile 1990, ma rispetto ai quali anche stavolta Papalia afferma di non avere alcuna responsabilità. Io gli credo. Cosi come i suoi legali. E non certo per portare acqua al mulino del loro assistito.
In ogni caso, Una suora all’inferno mi aiuta a ripetere una considerazione alla quale non rinuncio quando parlo di Domenico Papalia: si trova dietro le sbarre da più di mezzo secolo, forse più, facendo bene i calcoli. Concludo con una domanda. È lecito pensare che Papalia possa trascorrere quel che gli rimane da vivere fuori dal carcere? Io la risposta me la sono data da tempo. Con convinzione. Una mano sul cuore. E lo sguardo alla Costituzione.

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