lunedì 19 ottobre 2026

CASO GARLASCO: PROCESSO...NEGLI STUDI TELEVISIVI.

 -  Da  https://www.ildubbio.news  -

Riepilogo

GARLASCO, la fabbrica che macina colpevoli da vent’anni

 
Dalla condanna definitiva di Stasi all’inchiesta su Sempio, il caso divide il Paese e mette alla prova il principio dell’«al di là di ogni ragionevole dubbio». E il processo si è spostato dalle aule agli studi televisivi
Garlasco, altro giallo: un Obti test negativo sul pedale di Stasi mai messo agli atti

                                              Carabinieri del RIS di Parma a Garlasco

«Credo che abbiano ucciso una persona, forse è viva». Sono queste le parole pronunciate il 13 agosto 2007 da Alberto Stasi al centralino del 118.

Era il fidanzato di Chiara Poggi, ritrovata poco dopo sulle scale della villetta della sua famiglia in via Pascoli 8 a Garlasco (Pavia), con il cranio sfondato probabilmente da un martello. L’arma del delitto infatti non è mai stata ritrovata. Da quel giorno inizia uno tra i casi di cronaca nera più dibattuti nel nostro Paese. Le indagini si concentrano subito sullo studente della Bocconi, che dopo una settimana dall'omicidio viene formalmente indagato.

 

Contro di lui diversi elementi: l'assenza di tracce di sangue sulle sue scarpe nonostante avesse attraversato il teatro del delitto; il fatto che la ragazza conoscesse il suo assassino avendolo fatto entrare in casa mentre era ancora in pigiama; la sua bicicletta compatibile con quella descritta dai testimoni; le sue impronte sul dispenser del sapone liquido, utilizzato dall'aggressore per lavarsi le mani dopo il delitto. Il 24 settembre Stasi viene arrestato ma rilasciato dopo 4 giorni. Il primo grado si svolge con rito abbreviato che termina il 17 dicembre 2009 con l’assoluzione dell’imputato. L’assoluzione viene confermata anche in secondo grado il 6 dicembre 2011.

Si va dunque in Cassazione che accoglie i ricorsi del Procuratore generale e delle parti civili nella parte in cui stigmatizzavano il fatto che i precedenti giudici non avessero fatto una «valutazione complessiva e unitaria degli elementi acquisiti». Piazza Cavour pertanto annulla con rinvio la sentenza di appello e dispone la rinnovazione istruttoria su: camminata di Stasi, capello trovato nella mano della vittima, acquisizione della bicicletta da donna in uso alla famiglia Stasi. Dispone pure di risentire due testimoni. Si celebra l'appello bis e Stasi, con decisione del 17 dicembre 2014, viene condannato per omicidio volontario con l'esclusione però delle aggravanti della crudeltà e della premeditazione. Si va di nuovo in Cassazione. Da notare che lo stesso sostituto procuratore generale chiese l'annullamento della condanna, con preferenza per il rinvio, ma il 12 dicembre 2015 gli ermellini confermarono la sentenza-bis della Corte d'appello di Milano, condannando quindi in via definitiva Stasi a 16 anni di reclusione. Ma adesso nel mirino degli investigatori c’è Andrea Sempio che avrebbe ucciso Chiara perché avrebbe rifiutato un approccio sessuale con lui.

Questa, dunque, è una vicenda che ha spaccato e continua a dividere l’Italia: Stasi innocente e Andrea Sempio colpevole, Stasi colpevole e Sempio innocente. Il destino dell’uno legato a quello dell’altro. Mors tua vita mea, direbbero gli antichi. Oppure entrambi innocenti: uno scenario che sarebbe forse il più aderente a tutti i dubbi che la realtà ci sta restituendo ma lascerebbe senza giustizia la famiglia della vittima. «Al di là di ogni ragionevole dubbio» è infatti una regola giuridica del processo penale: significa che un imputato può essere condannato solo se le prove dimostrano la sua colpevolezza in modo certo. Ma quanto è messo a dura prova l’articolo 533 del nostro codice di rito rispetto alla vicenda Garlasco? Certo, è vero: c’è una condanna definitiva per Stasi ma a quasi vent'anni da quell’efferato delitto anche le menti più razionali vacillano dinanzi alla valanga di nuove ricostruzioni che sta emergendo. Anzi, forse trovano proprio conferma del fatto che il «biondino dagli occhi di ghiaccio» – così era ritratto all’epoca dai colpevolisti – non andava punito, benché la sua condanna sia arrivata sì dopo due assoluzioni ma con una istruttoria riaperta nell’appello bis.

Questa, ça va sans dire, è una vicenda tipica del contrasto tra ragione e sentimento, tra rispetto delle carte giudiziarie e istinto a metterle in discussione. Perché, in fin dei conti, se è vero che la magistratura sta riprocessando sé stessa, è altrettanto vero che sta creando molta confusione nei lettori, anche in quelli più giuridicamente attrezzati. Stesso destino che sta toccando alla scienza: le tecniche forensi di oggi stanno rimettendo in discussione quelle del passato, con i Ris finiti sotto la lente di ingrandimento, e non dimenticandoci che è solo dal 2009 che i carabinieri si sono adeguati ai protocolli scientifici internazionali. Perché affinché viva l’«al di là di ogni ragionevole dubbio» occorre che i risultati della perizia siano «oltre ogni ragionevole dato». L’impressione è che al momento non risulta in alcun modo esserci un progresso significativo nell’acquisizione della verità.

Come scrisse Alessandro Piperno, «d’altro canto avevamo capito sin dal principio che questo era uno di quei processi in cui la verità non avrebbe trovato asilo», in riferimento ai gradi di giudizio subìti da Stasi. Ma potremmo trasporre quella dichiarazione ai giorni nostri perché pare proprio che una pistola fumante contro Sempio manchi completamente. E difatti l’intera vicenda giudiziaria non ha fatto che regalarci nei vari decenni montagne di indizi, illazioni, indiscrezioni, dettagli macabri, analisi psicologiche, persino dopo aver rovistato nella spazzatura dell’indagato. Alimentando così le più stravaganti congetture da parte di neo youtuber che vogliono sostituirsi agli investigatori, imitando maldestramente i loro “colleghi” statunitensi. Ma nessuna certezza assoluta c’è stata donata su quello che è avvenuto quella maledetta mattina d’agosto, quando la ragazza aprì in pigiama al suo assassino. Difese basse che la condussero ad una morte straziante ed inaspettata. Un epilogo i cui dettagli ancora non sono ben delineati visto che oggi si rimettono in gioco tutti quegli elementi che erano apparsi granitici quando la giustizia condannò Stasi, quella stessa giustizia che ora sta ipotizzando che fu tutto sbagliato: dalle impronte sulle pareti al sangue sui pedali della bicicletta passando per il movente.

Tutto questo, più di ogni altra volta, ha abbandonato gli uffici della procura, della polizia scientifica e degli studi legali ed è stato riversato negli studi televisivi e sui paginoni dei giornali. Un processo mediatico parallelo in servizio permanente effettivo. E a differenza del passato ad essere i protagonisti non sono i magistrati che con maestria stanno sì lavorando dietro le quinte ma al contempo passando le informazioni alla stampa o perlomeno non vigilando e indagando su chi lo sta facendo. Sotto i riflettori sono finiti gli avvocati. Da una parte Giada Bocellari e Antonio De Rensis, legali di Alberto Stasi. Dall’altra Liborio Cataliotti e Angela Taccia che difendono Andrea Sempio. In mezzo Gianluigi Tizzoni e Francesco Compagna che assistono la famiglia Poggi e che rimangono ancorati alla sentenza che ha condannato Stasi.

Anche qui, come per esempio per l’omicidio di Marta Russo, vien da credersi: che senso ha ancora credere ciecamente in quella sentenza? Citarla come il vangelo dopo tutto quello che sta emergendo? Possibile che non venga nessun dubbio? Domanda forse oziosa, perché la famiglia della povera Chiara può tutto. Sempre in credito mai in debito. Ma tornando ai nostri eroi contemporanei, ai nostri avvocati da prima serata: sono loro a guidare le tifoserie degli spettatori, loro ad anticipare i processi che forse si terranno in Aula, a personalizzare gli scontri, ad apparire più personaggi che professionisti del diritto di difesa. E però «quando l'avvocato si presta a questo gioco lo fa però a suo rischio e pericolo, perché difficilmente governerà le correnti di opinione che si agitano nel vortice mediatico, dove il passo dai Campi Elisi alle paludi dello Stige può essere davvero breve», ha scritto mirabilmente il professore avvocato Vittorio Manes nel suo libro “Giustizia mediatica - Gli effetti perversi sui diritti fondamentali e sul giusto processo”. Seduti accanto a loro i criminologi mediatici, l'ultima frontiera del processo-show, come denunciato dalla Società italiana di criminologia (Sic). Questa breve panoramica ci consegna dunque un quadro simile ad una incisione di Maurits Cornelis Escher dove costruzioni impossibili portano ad effetti paradossali, come li stiamo vivendo dinanzi a questo (ir)risolto delitto.

 

Nessun commento:

Posta un commento